Vero e verosimile: come i populismi mietono (facile) consenso

“Il campo del verosimile è assai minore di quello del vero”

Carlo Dossi

 

Nella gran parte d’Europa stanno emergendo forze legate al populismo, che spesso vengono criticate perché assecondano gli umori dell’elettorato. Uno dei punti di forza di queste politiche è che propongono argomentazioni vicine alla “pancia del popolo”: com’è possibile? Uno dei concetti che forse può essere più utile a spiegarlo è quello di verosimile, un termine ben noto sia ad Aristotele, che vi consacrò parte della sua riflessione filosofica.

 

La classicità come fonte di analisi della politica di oggi

Uno dei concetti principali della Poetica di Aristotele era il verosimile (to eikòs), che avrebbe dovuto portare in scena – in una buona tragedia – il modo di comportarsi non di un uomo particolare ma di tutte le persone. Non è quindi una verità assoluta, ma una in cui tutti potrebbero immedesimarsi, facendo assumere ad un evento particolare una connotazione di universalità ed esemplarità. Curiosamente, questo concetto sembra interessante per rileggere due perni della politica del neonato governo 5 Stelle – Lega: le politiche sull’immigrazione e il reddito di cittadinanza.

 

 

Stopinvasione e affini

La retorica di campagna elettorale leghista ha spesso puntato a differenziare in maniera quasi manichea gli stranieri “buoni” da quelli “cattivi”, divisione funzionale a schivare le accuse di razzismo. Salvini in particolare ha costruito una narrazione fondata spesso su episodi tragici per sostenere che una buona parte di reati in Italia, come risulta dall’indagine Crimine e Immigrazione in Italia della Fondazione Hume a guida del docente di sociologia dell’Università La Sapienza, Luigi Maria Solivetti, sono commessi da migranti.

Tuttavia, inferire che i respingimenti e l’espulsione dei migranti e in particolare dei clandestini implicherebbero una notevole diminuzione dei reati criminali stessi sembra banalizzare un po’ troppo la questione. Di fatto si mette in scena una tragedia dove non c’è spazio per l’individualità della responsabilità penale, ma la reazione al misfatto tragico del singolo viene proiettata e generalizzata su tutta la comunità. Spesso si fa leva sull’emotività anche repressa che è usata come strumento per passare dall’evento singolo a tutti gli eventi legati ai clandestini. Seguendo questa logica, se un singolo clandestino criminale dovesse essere rimpatriato, dovrebbero esserlo di conseguenza un gran numero se non tutti i clandestini, che non portano nulla se non criminalità.

 

 

L’equazione meno clandestini – meno reati sarebbe di per sé convincente, a patto di non tenere conto i motivi per cui un clandestino può delinquere. Se teniamo conto che gli immigrati clandestini non possono essere impiegati da un ipotetico datore di lavoro in quanto sprovvisti di permesso di soggiorno, secondo il decreto legislativo 109 del 2012, che attua le direttive dell’Unione Europea, la situazione cambia.

Si potrebbe obiettare che una situazione che rende impossibile lo svolgimento di attività lavorativa e il confinamento in centri di espulsione rischi di favorire la criminalità tra i nuovi arrivati, che per conseguire un tenore di vita dignitoso si danno al furto e ad altri reati oppure pur di percepire un reddito accettano condizioni lavorative indecorose  come testimoniato – ad esempio – dalla rivolta dei braccianti di Rosarno. Il quadro che emerge è che è vero che ci sia criminalità tra gli immigrati clandestini e sia da contrastare con l’espulsione degli irregolari criminali, non degli irregolari in genere però. Forse parte della risposta potrebbe passare dal mettere gradualmente nelle condizioni i clandestini di non dover delinquere – lavorare? – né attingere a fondi di assistenza pubblica per essere autonomi economicamente.

 

 

Reddito di cittadinanza o salario minimo?

Se si passa aI cavallo di battaglia dei Cinque Stelle, il “reddito di cittadinanza” permetterebbe ad un singolo o ad un nucleo familiare di raggiungere la soglia dei 780 euro, al di sotto del quale è situato il limite della soglia di povertà.

Al netto dei nobili intenti, la logica del provvedimento sembra dimenticare che il mancato raggiungimento dei 780 euro possa essere spesso causato da pensioni o stipendi miseri. Che gli stipendi siano bassi e molte persone vivono sotto la soglia della povertà è un dato vero: non è completamente vero che possa essere un sussidio indipendente dal tipo degli stipendi percepiti a risolvere la questione. Perché?

Perché confondere disoccupazione e povertà, casi particolari di due categorie differenti, è un errore prima di tutto concettuale e poi di ordine politico. Vero che ci siano situazioni disperate che necessitano di assistenza statale, meno vero che questo sia sempre il caso per risolvere la piaga della povertà sociale. Forse sarebbe utile stabilire un salario minimo garantito – inserito nel programma di governo dal premier Conte – per rinforzare il potere contrattuale del lavoratore: non è lo Stato che deve compensare un’ingiustizia sociale, ma la responsabilità sociale dell’impresa che dovrebbe prevenirla con una congrua retribuzione.

 

 

In caso di compenso equo ma comunque inferiore ai 780 euro, il reddito di cittadinanza avrebbe una sua ragione di esistere. Diverso il caso della disoccupazione: è vero che si ha diritto all’indennità, ma se non si cerca nemmeno lavoro non pare corretto fruire di quello che per altri è uno stipendio. In altri paesi europei – come la Francia – al rifiuto di un determinato numero di proposte di lavoro scatta il blocco dell’indennità di disoccupazione.

Come si può vedere, nessuno dei tanti deprecati pilastri del governo gialloverde è poggiato su palesi falsità. Piuttosto essi si fondano su informazioni veritiere cui vengono date soluzioni apparentemente semplici per diverse ragioni, ma che in realtà semplificano molto la complessità e la varietà dei problemi coinvolti. Proprio dalla reinterpretazione delle soluzioni a questi dati veritieri, condivise dall’elettorato perché soluzioni apparentemente semplici a problemi complessi, deve ripartire la politica di chi ha l’ambizione di contrastare il populismo moderno che finora si è sempre giovato di un dato fondamentale per i partiti della Prima Repubblica: il radicamento sul territorio.

 

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