Un mare di plastica: tra bruchi ed enzimi che salvano il pianeta

“Plastica!”

Il signor McGuire da “Il laureato”

Negli anni ’60 la plastica sembrava il futuro: finalmente un materiale leggero, resistente e versatile, pronto a rivoluzionare il quotidiano di ogni famiglia. Nessuno sembrava però aver fatto i conti con l’impatto disastroso che un materiale così longevo avrebbe avuto sull’ambiente.

Solo pochi mesi fa il mondo era rimasto sconvolto da una terribile notizia: nell’oceano tra le Hawaii e la California galleggia un’isola di spazzatura grande tre volte la Francia, probabilmente ancora in espansione nonostante l’intervento della fondazione olandese The Ocean Cleanup.

Non si tratta però di una novità: l’accumulo di rifiuti si é formato a partire dagli anni ’80, a causa dell’azione di una corrente oceanica chiamata Vortice subtropicale del Nord Pacifico, che ha conferito all’area il nome di Pacific Trash Vortex. Non si ha ancora certezza di quanti detriti contenga: le stime indipendenti di Algalita Marine Research Foundation e della Marina degli Stati Uniti parlano di probabilmente 100 milioni di tonnellate di rifiuti, di cui 3 milioni di sola plastica.

Se da un lato, per l’umanità, diventa sempre più necessario e inevitabile rivedere i propri consumi e la propria produzione, dall’altro trovare un modo per liberarsi in fretta di quanti più rifiuti possibile é ormai un’emergenza. Un cambiamento culturale, anche se in atto già da alcuni anni, potrebbe non riuscire da solo a risolvere il problema in tempo.

Fortunatamente le recenti scoperte di alcuni scienziati di diverse nazionalità potrebbero dare un importante contributo alla lotta contro la plastica. La prima é quella brevettata nel 2017 dal team Bombelli- Bertocchini, due biologi italiani che hanno condotto una sperimentazione su una specie di bruco, il Galleria mellonella, capace di biodegradare molto velocemente il polietilene, una delle plastiche più utilizzate e più difficili da distruggere.

La ricercatrice Federica Bertocchini, che lavora all’Istituto spagnolo di Biomedicina, racconta di aver scoperto la capacità portentosa dell’animale per caso: in laboratorio, mentre ne ripuliva le arnie, aveva raccolto le larve in un sacchetto di plastica, per poi ritrovarlo crivellato di buchi.

Dopo aver contattato il collega, scienziato del dipartimento di biochimica dell’Università di Cambridge, la ricercatrice ha ripetuto l’esperimento con Bombelli: il bruco, una varietà comune della larva della farfalla impiegata nella pesca, aveva divorato il 13% della massa di plastica nel giro di sole 14 ore.

L’animale possiede l’incredibile capacità di trasformare chimicamente il polietilene in glicole etilenico, il più semplice dei dioli, composti organici simili agli alcani, utilizzato correntemente come anticongelante. Secondo gli scienziati, che stanno lavorando per rendere la scoperta funzionale allo smaltimento della plastica, si tratta di uno scarto del processo digestivo della larva.

Nonostante la portata rivoluzionaria dell’esperimento, i due biologi sono però ben consapevoli dell’importanza della prevenzione. In un’intervista con l’emittente inglese BBC Bertocchini ha dichiarato: “Stiamo lavorando per ottenere una soluzione per salvare i nostri oceani, fiumi e tutto l’ambiente dalle inevitabili conseguenze dell’accumulazione della plastica. Tuttavia, non dobbiamo sentirci giustificati a dissipare il polietilene deliberatamente nel nostro ambiente solo perché ora sappiamo come biodegradarlo”.

Ed é proprio dall’Inghilterra che arriva la seconda importante scoperta, stavolta del 2018. Un’equipe di scienziati dell’Università di Portsmouth e del Laboratorio nazionale per l’Energia rinnovabile del Dipartimento per l’energia americano stava studiando l’enzima prodotto da un batterio trovato nel 2016 in una discarica del Giappone, che sembra aver acquisito naturalmente l’abilità di divorare la plastica.

Durante la ricerca, gli scienziati, che avevano modificato l’enzima per apprenderne l’evoluzione, hanno scoperto di averlo potenziato ulteriormente, rendendolo capace di biodegradare in pochi giorni la plastica PET, molto usata nei contenitori per alimenti.

Gli ambiziosi obiettivi dei ricercatori sono ora quelli di accelerare il processo e di riuscire a sfruttare il prodotto mutante per scomporre la plastica nei suoi componenti chimici originali, in modo tale da poterla riutilizzare senza che si renda necessaria l’estrazione di nuovo petrolio.

 

Credits immagini: .         Fonti:

Copertina    .                    Portsmouth

Immagine 1 .                  Cambiamento culturaleRicercatrice

Immagine 2 .                  Anni ’60 Pacific Trash VortexIsola di spazzatura

Immagine 3                    Ocean Cleanup e Pacific Vortex

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