Apertura al mondo e libertà: tra diritti e complessità

L’omosessualità, come categoria mentale, non esiste. Non esiste cioè il tipo psicologico dell’omosessuale. Esistono gli omosessuali, cioè persone, dei tipi più svariati, che desiderano e amano persone dello stesso sesso.”

Vittorio Lingiardi

 

Parlare con ragazzi e uomini omosessuali non dichiarati non è semplice: la storia di ciascuno è pregna di sofferenze, dolore, paure, equilibri faticosamente conquistati e voglia di pace. Nessuno dovrebbe essere costretto a vivere apertamente se non vuole, ma certamente il tema di coloro che a tutti gli effetti restano “invisibili” è un tema delicato, soprattutto per quanto riguarda la tutela dei diritti e la possibilità di far valere un numero sicuramente maggiore di fetta della società coinvolta. Due necessità a confronto e spesso in scontro l’una con l’altra, e tuttavia entrambe degne di essere ascoltate.

Al giorno d’oggi, molto è stato fatto in favore dei diritti e della libertà di espressione della sessualità. Tuttavia, capita assai di frequente che alcuni individui ancora siano rinchiusi in armadi le cui chiavi vengono tenute strette da una famiglia o una società negante e repressiva. Due entità che agiscono spesso nella sottigliezza della apparente libertà, ma che finiscono per manifestarsi come un doppio vincolo basato spesso sul ricatto, anche emotivo. Nel nome di una morale pubblica, o dell’amor di famiglia, a volte persino con la – non sempre – velata minaccia di essere esclusi anche fisicamente dalla vita e dal tetto in cui si è nati e si vive.

Certamente, questa è una delle principali piaghe: quella di coloro che vengono cacciati di casa per ciò che sono o che rappresentano. Vivere liberamente e dichiararsi al mondo (ovvero fare coming out, per dirla all’inglese) è molto complesso, soprattutto se quella che viene a mancare è una base sicura, in cui rifugiarsi e in cui sentirsi protetti. In cui non sentirsi perlomeno sbagliati, in alcune realtà in cui tutto sembra convincere del contrario. Molti soggiacciono a questa condizione passivamente, soffrendone ma sentendosi intrappolati in una gabbia da cui è praticamente impossibile uscire da soli; altri invece affermano di aver trovato una propria stabilità e di non soffrirne, anche se vorrebbero la libertà di essere e vivere per ciò che sono. Spesso si confonde il pudore del non fare esternazioni per strada con il doversi nascondere: chiaramente, sono due discorsi distinti e intersecati al contempo, sicuramente non riducibili a semplificazioni o euristiche di pregiudizio.

Quella della apertura e del coming out è una dimensione sottile come una lama di rasoio, perché entra nel cuore e nelle case delle persone; inoltre, è un problema ricorsivo: per modificare la società è necessario partire dal riuscire a viversi liberamente, anche pubblicamente, e per modificare le famiglie è senza dubbio indispensabile considerare il bacino in cui sono inseriti individui e istituzioni. Il non dichiararsi spesso non è un problema di “coraggio”, come molti imputano a coloro che non lo fanno. Anzi, la questione complessa è proprio questa: da un lato il succitato doppio vincolo, dall’altro il pregiudizio un po’ dispregiativo di coloro che senza conoscere la vita delle altre persone sostengono fermamente che l’apertura al mondo sia la scelta migliore.

In conclusione, anche la tematica del dichiararsi apertamente è una delle indispensabili questioni che riguardano la complessa sfera dei diritti sociali e individuali a cui ancora non si è trovata una risposta certa e univoca (ammesso che vi sia), nella moltitudine di interrogativi che coinvolgono sia i singoli sia le associazioni che si fanno carico di sostenere istanze di libertà e di uguaglianza sociale.

 

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