Alle origini del linguaggio, tra filosofia e antropologia

“Tutta la produzione tecnica è un dialogo fra il produttore e la materia”

André Leroi-Gourhan

Qual è l’origine del linguaggio? E come funziona? Queste sono domande fondamentali della filosofia, poste fin dalla sua nascita. Il linguaggio infatti è sempre stato visto come il nodo che lega filo del pensiero e filo della realtà (il cosiddetto nodo parmenideo), oltre che come la naturale espressione di quella particolare facoltà umana che è l’astrazione.

Il linguaggio si profila quindi come canale privilegiato di collegamento fra concetto (significante) e oggetto (significato). Per giustificare l’esistenza di questa transizione e rispondere alle domande sopraccitate, la strategia tradizionale della metafisica occidentale è consistita nel platonismo, seppur declinato in varie e diverse forme.
Nel “Teeteto”, dialogo fra i più maturi di Platone, l’autore parte proprio dal presupposto che il linguaggio non possa essere messo in dubbio (negarlo è infatti, comunque, una forma di comunicazione linguistica, e perciò farlo costituisce una vera e propria contraddizione in termini). Posto ciò, egli passa a giustificare il linguaggio stesso, ricercandone le condizioni di possibilità.
L’argomento, in sintesi, è questo: vi è il linguaggio, ed esso funziona, dunque vi deve essere qualcosa che corrisponda ai concetti che esso utilizza. Nel mondo sensibile, tuttavia, pare che nulla abbia quei caratteri di stabilità e costanza che appartengono ai concetti. Tutto infatti muta inarrestabilmente: si può parlare del seme che si è piantato due mesi prima, adoperando il concetto dello stesso, tuttavia quel seme nel frattempo è diventato germoglio. In corrispondenza dei concetti devono perciò esservi oggetti ideali (le idee, appunto), con un reale statuto ontologico, e il linguaggio è lo strumento che il soggetto adopera per connettere le idee al mondo sensibile partecipante di esse.
Il platonismo, anche grazie alla sua reintroduzione nell’innatismo cartesiano, ha, come già detto, goduto di grande fortuna nell’interpretazione filosofica del linguaggio, fino ad arrivare agli albori del Novecento con Gottlob Frege e Bertrand Russel.

Platone

Allievo di Russel era però uno dei più grandi antiplatonici di tutti i tempi: Ludwig Wittgenstein.
Nelle sue “Ricerche filosofiche” egli cita e critica, non a caso, proprio il “Teeteto”.
Per Wittgenstein, ciò che corrisponde ai concetti non sono oggetti ideali trascendenti, ma bensì usi e scopi che appartengono alla comunità dei parlanti.
Il linguaggio ha così le sue radici nella più concreta prassi di vita quotidiana, e non in archetipi astratti.
Non vi è alcun oggetto che propriamente corrisponde al concetto di seme, per tornare all’esempio precedente. Tuttavia, con esso si possono fare molte cose assai disparate (molte delle quali non richiedono la presenza fisica di un seme, come ad esempio dare una lezione di botanica); il concetto è per Wittgenstein nulla più che la famiglia di questi usi diversi.

Contemporanea a Wittgenstein era la fenomenologia, corrente filosofica ancora in voga, fondata da Edmund Husserl, che ha rivoluzionato l’approccio al problema del soggetto e delle sue facoltà. Combinandosi spesso, fra l’altro, con psicologia cognitiva e neuroscienze, essa affronta tuttora la questione del linguaggio in maniera originale. Un’interpretazione fenomenologica sul tema è stata data da Andrea Zhok, docente di filosofia morale presso l’Università degli studi di Milano.
Nel suo libro “Rappresentazione e realtà”, egli introduce gli “abiti sensomotori” per spiegare il rapporto fra concetti del linguaggio e mondo sensibile. Si tratta di schemi della percezione, che per l’autore vengono immagazzinati nella memoria del soggetto e riprodotti immaginativamente anche in assenza dell’oggetto particolare che li ha innescati. Il riferimento è alla “ritenzione temporale”, presente nella percezione husserliana. Secondo quest’ottica, nell’atto stesso del percepire, opera, in sostanza, già attivamente la produzione immaginativa di schemi pseudo-concettuali, e il concetto si forma grazie al fatto che situazioni eterogenee possono richiamare schemi omogenei e venire così accomunate.
Zhok propone, fra gli altri, un esempio molto elegante ed efficace per mostrare la presenza degli abiti sensomotori: si provi ad immaginare, ad occhi chiusi, la situazione in cui un razzo viene lanciato in orbita, poggiando contemporaneamente due dita sulle palpebre serrate. Si sperimenterà, quasi sicuramente, che è impossibile figurarsi questa scena senza riprodurre, involontariamente, un moto ascensionale dei bulbi oculari.

Tali due interpretazioni non platoniche – wittgensteiniana e fenomenologica – hanno avuto effetti fecondi, diretti o indiretti, anche nelle scienze sociali.
Appellandosi all’idea che il significante si formi nella prassi della vita comunitaria e nell’operatività dell’atto corporeo, André Leroi-Gourhan, antropologo francese, ha teorizzato che la vocalizzazione puramente segnaletica del verso animale sia divenuta segno intenzionale umano, cioè parola avente significato, grazie alla mediazione del gesto manuale. La tesi, esposta nel testo “Il gesto e la parola” , appunto, è che sia stata la bipedia, grazie alla liberazione degli arti superiori, a permettere agli ominidi di categorizzare la realtà attraverso la manipolazione tecnico-funzionale, aprendo la strada, come seconda
 conseguenza, all’astrazione concettuale del linguaggio.

André Leroi-Gourhan

Fonti:                                                   Immagini:
-Platone, “Teeteto”                               Sopra(1)
-Ludwig Wittgenstein,                         Sopra(2)
“Ricerche filosofiche”                       Copertina
-Andrea Zhok,
“Rappresentazione e realtà”
-André Leroi-Gourhan,
“Il gesto e la parola”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *