Fast Fashion: la realtà di sfruttamento dietro i vestiti dei grandi brand

“Il variare delle mode è la tassa che l’industria del povero impone alla vanità del ricco”
Nicolas de Chamfort

La fast fashion, la moda usa e getta, è la causa dello sfruttamento di migliaia e migliaia di lavoratori in ogni parte del mondo.

Vista la grande attenzione che la società odierna dedica alla corretta alimentazione, si sente (giustamente) sempre più spesso criticare il fast food e le catene che promuovono il consumo di cibo poco salutare venduto a prezzi irrisori. Giudicati negativamente, questi modelli vengono invece contrapposti ad esempi di nutrizione sana, equilibrata e, soprattutto consapevole.  

Tanto si sente parlare di fast food, quanto poco, invece, si sente citare (e criticare) la fast fashion. Il termine indica un design che passa in fretta delle passerelle ai negozi, e che ancora più in fretta sparisce da questi ultimi, per essere a sua volta sostituito da nuovi capi, tutti a prezzi rigorosamente economici, in un loop quasi infinito ed inesauribile. Produzione frenetica di abiti, prezzi contenuti ed accessibili, qualità necessariamente scadente: questi dunque gli ingredienti della fast fashion. 

Per gli acquirenti questo è ovviamente il paradiso: moltissimi vestiti alla moda e a basso prezzo. Cosa si può chiedere di più? Ma forse la domanda corretta da porsi è un’altra: chi paga le spese di questo sistema malato? La risposta è tanto dolorosa quanto prevedibile: i poveri operai che lavorano senza alcuna norma igienica o di sicurezza nelle fabbriche di oltreoceano e non solo (anche in est Europa si stanno verificando casi simili di sfruttamento). Le motivazioni sono  anch’esse scontate: manodopera a costi ridottissimi, vicini allo zero, nessuna regolamentazione a tutela dei lavoratori, nessuna possibilità di questi ultimi di ribellarsi alle condizioni di lavoro imposte dalla casa produttrice. 

Dunque, perché una maglietta viene venduta a 3 euro nel centro commerciale di una grande città, probabilmente la storia che si nasconde dietro a quel capo d’abbigliamento non è un racconto felice. Ci sono buone probabilità che l’operaio che l’ha prodotta sia stato sfruttato, che prenda un salario parecchio inferiore rispetto al minimo legale consentito nel suo paese, che viva al di sotto della soglia di povertà. L’edificio e le condizioni in cui lavora probabilmente non sono a norma, ed una volta uscito dalla fabbrica potrebbe essere che non torni a casa, ma che vada a fare le pulizie in qualche casa o in qualche ufficio per arrotondare la paga, troppo misera per mantenere sé stesso e la sua famiglia.

L’opinione pubblica occidentale ha iniziato ad interessarsi alla questione solo all’accadere di una tragedia: il 24 aprile 2013 1135 persone persero la vita sotto le macerie di una fabbrica, la Rana Plaza in Bangladesh, che produceva abiti per marchi oggi molto noti, come Benetton, Mango e Monsoon Accessorize. Questo evento, è stato riportato anche dal documentario Netflix “The True Cost”, “Il vero costo”, il prezzo che veramente c’è da pagare per portare avanti questo circolo vizioso.

Un altro importante movimento di denuncia è portato avanti grazie alla “Clean Clothes Campaign”, la Campagna Abiti Puliti, i cui attivisti da anni si battono da un lato per sensibilizzare e coinvolgere i consumatori riguardo alla tematica dello sfruttamento, dall’altro si cercano di impegnare governi ed imprese affinché rispettino i diritti dei lavoratori nell’ambito tessile.

La soluzione a questa problematica sembra esistere, e solo incrementando progressivamente il numero di acquirenti consapevoli è possibile ridurla fino ad eliminarla completamente. In modo compatibile con le proprie disponibilità economiche bisognerebbe provare ad acquistare vestiti più costosi e di marchi affidabili, nel tentativo di eliminare completamente la fast fashion, la moda usa e getta. Perché in questi come in altri casi anche la scelta del singolo conta e vale. Soprattutto se in ballo ci sono i diritti umani di qualche centinaio di migliaio di lavoratori sparsi per il mondo.

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