Hey Siri! Sei una persona vera?

“Le emozioni non sembrano essere una simulazione molto utile per un robot… Non vorrei che il mio tostapane o l’aspirapolvere fossero così emotivi… “

Spooner in “Io robot”.

Da tempo la fantascienza ha abituato la propria audience alle mille variatio intorno a cyborg, androidi e intelligenze artificiali varie. Se ci si focalizza sui classici robottoni di ferraglia parlante, però, si rischia non solo di demonizzare inutilmente la tecnologia, ma anche di non riconoscere che le intelligenze artificiali sono già quasi umane senza dover avere gli occhi di Terminator.

Alexa, Siri, Cortana sono solo alcuni tra gli “assistenti personali” che i nostri moderni devices tecnologici offrono al consumatore moderno. Si tratta di software di intelligenza artificiale progettati per interagire con l’utente a livello vocale, mediante sofisticati sistemi di riconoscimento ed elaborazione del linguaggio naturale; idealmente, la Siri perfetta sarebbe indistinguibile da un segretario personale.
E’ ovvio che questo tipo di programmi non hanno lo scopo di emulare l’intelligenza umana; tuttavia sono prodotti il cui obiettivo primario è simulare la comunicazione umana in modo da rendersi potenzialmente indistinguibili da una persona.

Google home è solo uno dei modi in cui persino una casa può iniziare a parlare

Già da tempo l’analisi filosofica sta studiando l’intelligenza artificiale e le sue analogie nonchè sovrapponibilità con l’intelligenza umana; molto si è detto a riguardo, ma la maggior parte del discorso è sia difficilmente comprensibile a i non addetti ai lavori, sia (come ogni buon discorso filosofico) privo di vere e proprie conclusioni certe.
Sempre sulla stessa tematica, intanto, si sta muovendo anche la branca più antropologica della filosofia, il cui interesse sta diventando non tanto quello di definire cosa sia o cosa non sia un’intelligenza artificiale, ma se un’AI (abbreviazione per artificial intelligence) possa essere considerata una persona depositaria di diritti.
In effetti si tratta di due prospettive che sembrerebbero pressoché identiche, ma che sono in realtà distinte.

Il test di Turing è un vecchio concetto filosofico (ideato da Turing stesso) che cerca di definire se un AI è oppure no un essere umano. Più precisamente, però, il test rappresenta un intelligente sotterfugio che trasforma la domanda “questa macchina è una macchina pensante?” in “dovrei considerare questa macchina alla stregua di un essere umano?”. La parola chiave, qui, è “considerare”. Il fulcro del famoso test, infatti è se un interlocutore riesce, facendo delle domande, a distinguere le risposte date da una macchina da quelle date da una persona umana. Se questa distinzione risulta impossibile, allora la macchina ha passato il test e deve essere considerata come “pensante”. Il test di Turing è stato contestato moltissimo riguardo la sua efficacia teoretica intorno la dimostrazione del “pensiero meccanico” in sè; tuttavia uno dei motivi che lo rende tanto interessante è che pone la ricerca filosofica di fronte al fatto che, nella vita quotidiana, nessuna persona è tenuta a provare ad altri di essere effettivamente una persona e che quindi basta essere indistinguibili da un essere umano per, in teoria, ereditare tutti i diritti e gli status di “persona”.

In altre parole, forse non serve un concetto univoco di persona per identificare coloro che sono depositari dei diritti relativi. Forse in futuro anche Siri potrà essere una persona; basta che faccia finta di essere la nostra vicina di casa.

 

Fonte                                                Immagini
The mechanical mind, T.Crane         Copertina
Google home

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *