Marcinelle, una storia tragica che ha ancora qualcosa da dirci?

L’8 agosto del 1956 a Marcinelle 262 minatori, di cui 136 italiani, persero la vita in un tragico incidente sul lavoro. Sessant’anni dopo, questo episodio ha ancora qualcosa da dirci sull’immigrazione, sui pregiudizi e sulla sicurezza sul lavoro? Se ce ne ricordiamo…

 

Quel maledetto ascensore

Bois du Cazier, Marcinelle, ore 7: 56. L’addetto al settore 975 m della miniera, Antonio Iannitta carica l’ultimo carrello sull’ascensore del pozzo 1 e poi si allontana in cerca di altri carrelli riempiti di carbone dai minatori. Poi lascia il posto al suo assistente Vaussort. Vaussort entra in contatto con Mauroy, addetto alla torre che governa le due grandi ruote che regola la salita e la discesa dei due grandi ascensori del pozzo 1 e si accorda per due viaggi a vuoto dell’ascensore. Poi si allontana a sua volta: una decisione fatale.

Pochi minuti dopo infatti, intorno alle 8.10, Antonio Iannitta fa ritorno all’ascensore, che nel frattempo aveva compiuto uno dei due viaggi a vuoto. Ritornato al piano dei 975 m di profondità (sui 1030 della miniera), comincia a caricare l’ascensore con due carrelli, uno vuoto e uno pieno. Il sistema di blocco non si attiva e i due carrelli rimangono pericolanti, sporgenti rispettivamente di 30 e 80 cm. Tuttavia, l’addetto italiano è convinto che la torre non comincerà l’operazione di rimonta senza il suo consenso. Ma Mauroy, che aveva concordato due viaggi a vuoto, procede senza il consenso dell’addetto italiano.

 

 

Nell’operazione di rimonta i due carrelli sporgenti urtano una putrella d’acciaio, tranciano due cavi di alta tensione, un tubo di aria compressa e il condotto dell’olio che si infiamma dopo una scintilla. L’incendio si propaga tramite i canali di aerazione in tutte le gallerie fino a quota 720 m, reso ancora più devastante dal materiale utilizzato per costruire le gallerie del pozzo 1: legno. Sotto quota 975 sono invece il fumo e il gas grisou ad asfissiare i minatori.

Sicurezza sul lavoro e pregiudizi

Davanti ai 136 morti sul lavoro della tragedia di Marcinelle l’opinione pubblica belga cominciò a cambiare idea. Gli italiani che lavoravano in miniera erano gli uomini che erano venuti in Belgio a fare un lavoro che i belgi non volevano fare. Si erano trasferiti, al ritmo di 2 mila persone alla settimana, in base all’accordo del 23 giugno 1946 che prevedeva che per ogni lavoratore italiano l’Italia ricevesse dal Belgio 200 kg di carbone, praticamente introvabile nell’Italia prostrata dal dopoguerra.

 

 

Italiani che erano malvisti e chiamati ‘fascisti’, ‘maccheroni sporchi’ e che anche dopo la tragedia qualche esponente governativo belga non mancherà di etichettare come ‘fannulloni e imbecilli’. Ma di fronte ai morti fu il senso di umanità a prevalere, davanti a quei cadaveri gonfi e irriconoscibili per il gas e per le ustioni. Nessuno, salvo un ingegnere condannato a 6 mesi, pagò mai per la tragedia.

Marcinelle oggi?

La tragedia del Bois di Caziers sembra offrire molti spunti sull’attualità. In primo luogo fa riflettere sulla volontà di chi emigra di svolgere i lavori che i nativi non vorrebbero svolgere, anche nelle peggiori condizioni, Tuttavia, resta difficile proporre un’analogia tra i migranti e i lavoratori italiani di Marcinelle. Perché?

Il presupposto per l’acquisizione di una posizione lavorativa dei migranti italiani in Belgio era un contratto firmato nel 1946 dal governo belga e dal governo italiano, che prevedeva l’invio di cinquantamila operai italiani in cambio di forniture di carbone e spingeva i propri cittadini a cercar lavoro e fortuna all’estero. Un accordo preso tra governi e basato sul rispetto di precisi parametri – 200 kg per ogni lavoratore, 2000 lavoratori a settimana – non è equiparabile al fenomeno di migrazioni di chi cerca come i migranti economici e o i richiedenti asilo di scappare da paesi in condizioni disastrose o di salvare la proprio vita. Se il caso dei richiedenti asilo resta a sé stante, quello dei migranti economici può essere piuttosto accostato al fenomeno dei migranti italiani diretti negli Stati Uniti, in cerca di un miglioramento delle proprie condizioni ma privi di ogni garanzia occupazionale, piuttosto che alle famiglie italiane trasferitesi in Belgio.

 

Quello che Marcinelle restituì in Belgio e ai belgi fu prima di tutto un senso di umanità verso i propri simili, vissuti in una nazione dove c’era il fascismo ma i cui abitanti non erano necessariamente fascisti, oggetto di pregiudizi in maniera indiscriminata.

Marcinelle può far riflettere sulla dignità del lavoro per un migrante: chiunque si allontani dal suo paese per discriminazione e condizioni economiche sfavorevoli ha la grande opportunità di dare dignità a se stesso e alla sua comunità con il sudore versato sul posto di lavoro, sfatando anche i pregiudizi più retrogradi. Senza lavoro e senza lavoro in condizioni di sicurezza dignitose, come può esserci per un uomo la speranza di vedere un domani migliore?

 

 

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