Le radici della violenza umana

“Lo stato dell’uomo senza società civile non è altro che una guerra di tutti contro tutti” 

Thomas Hobbes, prefazione al “De cive” 

Lo scorso mese di luglio è stato costellato da innumerevoli casi di violenza xenofoba, in particolare a danni di immigrati e omosessuali. L’ultimo esempio è quello dell’atleta nigeriana Daisy Osakue.
Questo tipo di attacchi, mirati a precise categorie sociali minoritarie, rievoca drammaticamente il razzismo nazifascista, a neanche un secolo di distanza.
Il nazionalismo, d’altronde, ha ripreso forza in tutta Europa, e non bisogna certo pensare che quel passato – nemmeno troppo lontano – non possa facilmente tornare. Uno sguardo rapido alla storia, infatti, sembra indicare che la violenza è legata indissolubilmente alla specie umana.

Ciò è comprovato anche dai ritrovamenti archeologici: sono infatti stati rinvenuti scheletri di ominidi risalenti al 200 000 a.C. e recanti segni di traumi, provocati quasi certamente da armi.
È insomma finito il mito del buon selvaggio rousseauiano. Ma da dove viene questa tendenza alla violenza, che sebbene è sicuramente presente anche nel regno animale, pare trovare nell’uomo la sua espressione più piena?
L’origine potrebbe doversi ricercare nelle risorse necessarie all’uomo e nella loro disponibilità.
In questa direzione vanno sia la teoria demografica di Thomas Malthus, economista inglese settecentesco, sia la più nota teoria evoluzionistica darwiniana.

La prima sostiene che mentre le risorse crescono aritmeticamente, la popolazione cresce esponenzialmente. Se questo era sicuramente vero per la contemporaneità dell’autore britannico, ancora oggi non si può negare che, nonostante la produttività sia drasticamente aumentata, la produzione di beni non riesce a tenere il passo della domanda spaventosamente in aumento (l’umanità si accinge a toccare gli 8 miliardi di abitanti).
Malthus credeva che il rapporto risorse/popolazione raggiunga, periodicamente, sempre un punto critico, a cui segue un conseguente drastico calo della popolazione, dovuto a crisi naturali o sociali. Le guerre e il proliferare di violenze omicide potrebbero quindi essere non altro che un modo per eliminare le bocche da sfamare in eccesso.

Thomas Malthus

La selezione naturale di Darwin invece pone un duplice legame fra violenza e risorse. Innanzitutto, si considerino gli individui di una certa specie che riescono con la forza a sottrarre, rispetto ad altri, maggiori risorse essenziali per la vita (quali cibo e ripari sicuri). È chiaro che questi individui hanno superiori probabilità di sopravvivere fino alla riproduzione e di passare così alla generazione successiva i tratti delle loro inclinazioni violente.
In secondo luogo, vi sono risorse che, sebbene non siano strettamente necessarie alla sopravvivenza, sono utili o essenziali al maschio per la riproduzione stessa; la spinta ad impossessarsene, e le capacità per farlo, risultano quindi essere un vantaggio evolutivo.
Esempi di questo tipo di risorse sono il controllo del territorio, il dominio sociale o, esclusivamente per l’uomo, alcuni particolari oggetti artificiali, attraenti per il sesso opposto (quali diamanti e accessori vari, denaro etc).
Ciò spiegherebbe anche perché i maschi, che devono competere tra di loro per la partner, tendono ad essere più massicci e aggressivi delle femmine.
In questa doppia chiave darwiniana possono essere letti i conflitti umani, siano essi per il possesso di giacimenti d’acqua, di petrolio, d’oro, o anche per la semplice bramosia di potere e ricchezza.

Già fin da quando è un cucciolo, generalmente un mammifero è portato ad esercitare e sviluppare la propria aggressività, trovandosi esso in un ambiente competitivo. Un neonato deve infatti, fin da subito, combattere con i suoi fratelli per il latte materno, e chi è troppo debole per succhiare la dose necessaria muore.
Tale rivalità fra consanguinei e coetanei viene costantemente alimentata tramite il gioco, che spesso assume le sembianze di un attacco simulato e può facilmente sfociare nella violenza vera e propria. Nel caso dell’homo sapiens, la spiccata e precoce propensione all’organizzazione sociale si può rivelare un incentivo, piuttosto che un contrasto, a questi episodi giovanili, in quanto assume frequentemente la forma della dicotomia discriminante “noi/loro”. A tal proposito si può citare l’esperimento di Muzafer Sherif, psicologo sociale che, nel 1954, in un campo estivo dell’Oklahoma, divise un insieme di bambini di medesima religione e provenienza in due gruppi. Egli constatò la rapida formazione di una suddivisione gerarchica interna al singolo gruppo (con episodi di bullismo, ad esempio) ed una crescente rivalità fra i due gruppi.

Si tratta di una propensione che non può che acuirsi con l’adolescenza, in particolare nei maschi invasi dall’ebbrezza del testosterone, e che rimane ancorata negli adulti nella forma di odio e fobia di razza, sessualità etc.
La precoce formazione di queste gerarchie escludenti porta inoltre l’essere umano ad un forte bisogno di omologazione ed emulazione sociale. Spesso quindi la violenza si può velocemente propagare, da un singolo caso, come un’epidemia contagiosa. Ciò già sosteneva Freud nei suoi ultimi scritti, assai pessimisti, quali “Il disagio della civiltà”, in cui diagnosticava alla massa un gigantesco caso di ipnosi collettiva, che la porta ad essere facilmente manipolabile e spesso crudelmente feroce.
È assai illuminante a riguardo il famoso esperimento di Stanley Milgram, psicologo statunitense, che nel 1961 raccolse una serie di soggetti e li sottopose ad un test, per verificare la loro inclinazione all’obbedienza incondizionata all’autorità. Questi soggetti dovevano, all’ordine degli sperimentatori, premere un tasto che – così gli era stato detto – avrebbe provocato una scossa elettrica sempre più forte, su un gruppo di vittime costrette ad una sedia e collegate a degli elettrodi. Le vittime erano, ovviamente, attori che fingevano di ricevere scosse, ma di ciò i soggetti erano ignari.
Risultò che questi ultimi erano disposti a premere il tasto ben oltre la soglia del dolore sopportabile, se incitati adeguatamente dagli sperimentatori.

Esperimento di Milgram

Fonti:                                                   Immagini:
Gregory Gorelik,                                 Sopra (1)
Todd K. Shackelford,                          Sopra (2)
Viviana A. Weekes-Shackelford,      Copertina
“Human Violence and
Evolutionary Consciousness”
-Scott R. Garrels, “Scienza e mimesi”

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