Gli studi umanistici possono formare i lavoratori del web di domani

“Questa è fra le cose più belle della letteratura: scopri che i tuoi desideri sono universali, che non sei solo, che non sei isolato da nessuno. Sei parte di”
Francis Scott Fitzgerald

Le battute riguardo alle possibili professioni future di chi frequenta facoltà umanistiche si spendono, gratuitamente, in qualsiasi parte d’Italia. L’atteggiamento generalmente più diffuso è spinto a credere che siano un tuffo verso la disoccupazione. E invece potrebbero essere il nuovo ponte di lancio per le professioni del web, le professioni del domani. 

Ormai è diventato un trend, quasi una moda. Le battute si sprecano, su internet come nella vita reale: “Ah, sei laureato in filosofia? Un Big Mac per me, grazie”. Le lauree umanistiche, spesso bollate anche come “scienze delle merendine” perché ritenute (chissà in base a quali misteriosi parametri) più semplici di quelle scientifiche, sono ormai associate ad una disoccupazione inevitabile, come se uno studente, iscrivendosi a Lettere o a Beni Culturali, stesse volontariamente firmando un contratto come spazzino, vincolante per il resto della sua esistenza.

Eppure, nonostante il sentire comune percepisca gli studi umanistici come uno sbocco verso una vita di stenti e miserie, i dati sembrano affermare il contrario. A quanto riportato dalle indagini dell’Osservatorio Expo Training, che mettono a confronto le opinioni di circa 500 manager di grandi, piccole e medie aziende, il 35% degli intervistati a dichiarato che, secondo la sua opinione, tra 10 anni saranno proprio i tanto bistrattati laureati in facoltà umanistiche ad essere ricercati nel mondo del lavoro, quello legato principalmente al web, i social media e l’e-commerce.  Può non sembrare una percentuale esorbitante, ma lo è di fatto in proporzione: due anni fa, nel 2016, lo stesso dato corrispondeva al 27%. E la cifra pare destinata a crescere ancora. 

Come mai questa tendenza? Prova a spiegarlo Carlo Barberis, Presidente di ExpoTraining: gli umanisti possiedono infatti l’abilità di “produrre contenuti interessanti” in maniera accattivante e coinvolgente; sono in grado di raccontare e raccontarsi nel modo giusto. “Oggi la tecnologia avanza velocemente, ed ormai non è un problema per nessuno realizzare un sito internet, aprire dei profili sui social, o avviare una attività di e-commerce”, prosegue Barberis, “Delle materie umanistiche sono inoltre apprezzate le capacità di sintesi e quella di mettere in collegamento tra loro fatti, suggestioni, idee.

Questo, ovviamente, non implica affatto che tutte le altre professioni saranno soppiantate, anzi. Gli altri risultati emersi dalla ricerca di Osservatorio Expo Training rivelano anche come è ripartito il restante 65%: un altro 35% ha indicato le competenze tecniche IT (raggruppando competenze nel web, nella programmazione e più in generale nelle tecnologie), il 38% ha indicato quelle più prettamente scientifiche, il 40% quelle economiche. Economisti, tecnici, scienziati, ingegneri saranno ovviamente richiesti (come o forse anche più di oggi), ma in questo percorso di ascesa saranno affiancati da letterati, giornalisti, filosofi, psicologi, sociologi. 

Da questi dati emerge chiara la necessità di non svalutare né tantomeno eliminare gli studi umanistici dagli insegnamenti delle nostre università, così come sarebbe sbagliato proseguire con questo terrorismo psicologico, invogliando i giovani ad intraprendere un percorso differente da quello che potrebbe rappresentare la loro vera vocazione, solo per il timore di rimanere – un giorno – disoccupati.  Il lavoro che è necessario intraprendere è invece un tentativo di avvicinamento delle discipline umanistiche al mondo della comunicazione, del web e del social, per integrare queste due realtà e renderle sempre più sinergiche, collaboranti. L’obiettivo è proprio quello di unire questi due mondi oggi abbastanza distanti, per soddisfare le esigenze del mercato del lavoro e creare nuovi sbocchi occupazionali. 

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