Videgames = violenza. Mito da sfatare o teoria da confermare?

                                                                                              ” Time to kick some fuckin’ ass!”
                                                                                                              Hendricks – Call of Duty : black ops 3

La violenza nei videogames è un argomento che da sempre divide chi li produce da chi li consuma, ma cosa si cela dietro tanta preoccupazione?

L’industria videoludica, si sa, è un triangolo con vertici tendenti all’infinito. Sforna ogni giorno nuovi console, videogames, accessori e ,perchè no, dipendenze.
O reazioni, per esser più precisi.

Nello specifico,se solo di reazioni si vuol parlare, bisogna catalizzare la propria attenzione verso quelle di stampo violento. A partire dalla nascita del primo videogioco fino ad arrivare all’ultimo diffuso sul mercato, l’aspetto della trama, del gameplay e della percentuale di violenza presente in esso sono variate sensibilmente e, talvolta gli equilibri tanto sudati son stati stravolti per puntare a delle storyline ” più avvincenti”.

Se con l’avanzare del tempo si è passati da un piacevolmente lento “Spyro” ,dove l’esplorazione dei vari scenari avanzava di pari passo con “l’arrostimento” dei nemici, ad uno sparatutto in prima persona come ” Call of Duty” , il cui ritmo frenetico ed incalzante tiene i livelli di adrenalina costantemente alti, è perchè il consumatore ha espresso la propria preferenza verso questo tipo di gioco col passare degli anni ed il cambiare delle console.


Ma qual è il risultato di tali scelte?
Alcuni ritengono sia l’inasprimento dei toni e dei modi di vivere di chi gioca, altri, invece, sostengono la tesi per cui la violenza, da sempre presente nella vita di un uomo in qualsiasi sfaccettatura possibile, possa e debba esser tenuta a bada da chi gioca col solo ausilio del proprio buon senso.

Sulla base di tali convinzioni ,di cui si possono ritenere solide le basi da entrambe le parti, sono iniziati i dibattiti più disparati.
Col tempo le più alte cariche societarie e scientifiche si son espresse contro la liberalizzazione di contenuti grafici violenti ,poichè convinte che essi potessero impressionare le menti più deboli mentre le industrie videoludiche han continuato a sfornare titoli di ogni genere, puntando tutto sulla saggezza di chi acquistava.

Analizzando le teorie di entrambe le parti, ritenere che la verità stia nel mezzo non è affatto un azzardo. Innumerevoli studi svolti su diversi gruppi di ragazzi hanno dimostrato come la crudeltà o la violenza  presenti nei videogames possano influenzare scelte successive a tali visioni. Tuttavia tale associazione non è mai stata dimostrata in maniera totalmente certa e per quanto assurdo sembri, tutto si riduce ad un insieme di supposizioni collegate a ciò che suggerisce il proprio inconscio.

La domanda che sorge in maniera spontanea, in chi mastica di videogames e in chi no, è come poter risolvere questa problematica situazione senza tagli netti.

E’ difficile credere che questo problema possa esser totalmente risolto poichè significherebbe la totale cancellazione dell’industria videoludica, tuttavia c’è da tenere in considerazione l’enorme passo avanti fatto dalle software houses per andare incontro alle orde di genitori preoccupati: il “PEGI” .

Il Pan European Game Information (PEGI) è il metodo di classificazione valido su quasi tutto il territorio europeo usato per classificare i videogiochi attraverso cinque categorie di età e otto descrizioni di contenuto. Tale dicitura, figlia del più vecchio ELSPA ,dovrebbe rappresentare il monito per ogni consumatore circa i contenuti che potrebbe trovare all’interno nel videogame,nonchè l’età per cui è ritenuto adatto.

Le classificazioni del PEGI in base ad età e contenuti

Sulla base di tale informazione, chi compra e chi consuma risulta esser stato legittimamente informato dei fatti.
Ma allora, calcolando che la fascia d’età di chi consuma è per 60 % composta da ragazzi in giovane età ed ancora lontani dalle realtà del mondo, non sarebbe più opportuno vietare l’acquisto di determinati titoli ?

Certo. A patto che a comprarli non siano i genitori convinti di poter acquietare il figlio. O i parenti ,specializzati nei regali hi-tech . O gli amici, la cui età rientra nel PEGI.

Riassumendo: la quantità di modi che esistono per aggirare il problema della violenza nei videogame,è pressoché infinita e tale fenomeno non accenna a diminuire mentre il  punto di forza di coloro che producono avventure su disco è quello di affidarsi al buon senso di chi imbraccia il joystick.

Da qualche parte, nei lontani ricordi di una vita passata, c’è chi risolverebbe tutto questo con del buon sano nascondino. Sarà forse questa la soluzione?

FONTI                                                                                        IMMAGINI

Esperienza di gioco dell’autrice                                                IMMAGINE 1
IMMAGINE 2
PEGI                                                                                          COPERTINA

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