Quando Dio era una Lei: viaggio nella preistoria

“Quando sono nata in Lituania, c’erano ancora il cinquanta per cento di pagani. Ho avuto parecchi legami diretti con le Dèe. Erano attorno a me, durante la mia infanzia.” Marija Gimbutas

“Il linguaggio della Dea” di Marija Gimbutas è un importante testo di archeologia e storia delle religioni, scritto nel 1989, che ha il merito di dare inizio ad una nuova prospettiva intorno alla figura femminile nei pantheon religiosi antichi.

Tutti conoscono l’iconografia delle varie “veneri paleolitiche” più popolari: ventri ampi, seni prosperosi e cosce decisamente formose; la venere di Willendorf ne è un esempio lampante.
Il più delle volte questo tipo di manifestazioni artistiche, che vengono dagli albori del genere umano, sono considerate come semplici e ovvie rappresentazioni della fertilità e fecondità di un corpo femminile ideale; tuttavia è dagli studi di Marija Gimbutas che è stato aperto un campo di ricerca più ampio di quanto ci si aspetterebbe.

La Venere di Willendorf

M. Gimbutas è stata un’archeologa lituana che si dedicò in maniera particolare alle culture neolitiche dell’antica Europa; il suo testo più rilevante (Il linguaggio della Dea) rappresenta il tentativo di sostenere, mediante l’analisi della simbologia di moltissimi manufatti preistorici, l’esistenza di un ampio culto europeo di una dea femminile.
Si tratta di una tesi molto forte e sicuramente non priva di alcune problematiche, ma sta di fatto che la Gimbutas ha lasciato dietro di sé una corrente interpretativa sicuramente disposta ad una considerazione più dignitosa della femminilità anche nel contesto del neolitico e del paleolitico.

Secondo “Il linguaggio della Dea” esistono evidenti parallelismi iconografici in moltissimi manufatti sacri preistorici; manufatti che sarebbero così riconducibili ad una figura relativamente unitaria di tipo femminile il cui culto era ampiamente praticato in Europa tra l’ottavo e il quarto millennio a.C.
La Gimbutas si riferisce a motivi decorativi come lo chevròn, la spirale, la vulva e i seni, che si ritrovano sia su sculture di figure femminili decisamente imparentate tra loro, sia in rappresentazioni di specifici animali che corrisponderebbero a alter-ego e simboli della stessa Dea.
A ben vedere, la ricostruzione proposta riesce a dare ordine e senso ad una quantità molto grande di manufatti; l’ipotesi dell’esistenza di questa “religione della Dea” non appare per nulla assurda se si sfogliano le pagine del libro dell’archeologa, zeppe di fotografie di pitture e sculture antiche.
Ci si ritrova immersi in un mondo che venera una Dea matriarca, una dea della fertilità, delle acque primordiali e dell’umidità generatrice; ma anche una Dea della natura, dei cicli di rinnovamento, della retribuzione e della morte. Una Dea che racchiude molti significati e che ha bisogno di essere rappresentata da altrettanti araldi: la civetta, il serpente, l’orso, i pesci e molti altri simboli che ne dispiegano ogni volta uno dei tanti aspetti.

Il motivo a chevròn (ovvero uno zig-zag) su una statua di civetta.

Secondo la Gimbutas, questa società dedita alla Dea primordiale sarebbe svanita, tra il quarto e il terzo millennio a.C., a causa della sovrapposizione dei popoli indoeuropei, che si trasferirono in Europa portando con sé il proprio pantheon decisamente maschile. La Grande Dea, probabilmente, non svanì in una nuvola di fumo, ma continuò ad essere venerata in piccole realtà locali lontane dalla religione egemone, mentre allo stesso tempo travasava i propri valori e li traduceva in figure del pantheon indoeuropeo (possibilmente Venere, Diana e molte altre) che da allora hanno sempre avuto una dimensione ancestrale, acquosa e lunare che a volte arriva fino ai giorni nostri.

Fonti

Il linguaggio della Dea, di Marija Gimbutas

 

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