Sai chi ha raccolto i tuoi pomodori? Il fenomeno del caporalato in Italia

“Finché l’uomo sfrutterà l’uomo, finché l’umanità sarà divisa in padroni e servi, non ci sarà né normalità né pace. La ragione di tutto il male del nostro tempo è qui”.
Pier Paolo Pasolini

Il caporalato è purtroppo una pratica ancora molto diffusa oggi in Italia, soprattutto in settori come l’edilizia e l’agricoltura, che consiste nello sfruttamento selvaggio di manodopera a basso costo. Coinvolge tutti, stranieri ed italiani indistintamente ed è causa di molte, infelici, morti.

Era il 20 luglio del 2015, una giornata estiva calda come tante altre, e Abdullah Muhamed, sudanese di 47 anni, si era recato al lavoro come tutte le mattine: alle 11 aveva iniziato a raccogliere i pomodori in un campo tra Nardò e Avetrana, sotto i raggi battenti del sole. Al contrario però di altre mattine, Muhamed quel giorno si era lamentato un paio di volte per l’afa insopportabile, si è sentito male e, dopo essersi accasciato a terra, non si è più rialzato. A nulla sono serviti i soccorsi predatigli da altri due braccianti stranieri. 

Muhamed non aveva sottoscritto nessun contratto, non era stato sottoposto a nessuna visita medica prima di iniziare a lavorare, e veniva pagato a cottimo: per ogni cassone di pomodorini che veniva riempito riceveva 7 euro, a cui erano sottratti il trasporto fino ai campi, il panino del pranzo e la quota da versare al caporale, l’uomo che lo aveva reclutato. Muhamad guadagnava circa due euro per ogni ora di lavoro.

Sempre nel 2015, qualche giorno più tardi, la Puglia viene a sapere ad una morte tristemente simile, venuta a galla con settimane di ritardo: il 13 luglio Paola Clemente, una bracciante italiana di 49 anni si era accasciata nelle campagne di Andria, dove si occupava dell’acinellatura dell’uva, senza più dare segni di vita. Paola usciva di casa tutte le notti alle 2, per prendere l’autobus delle 3 ed essere al lavoro alle 5.30, in un tendone che raggiungeva temperature fino ai 40 gradi, in cui rimaneva fino alle 3 del pomeriggio, a volte alche le 6. 

Queste due storie non sono purtroppo casi isolati, sono l’esemplificazione di una problematica che ancora oggi affligge il sud Italia: il caporalato, lo sfruttamento indiscriminato di braccianti nelle campagne. Come ha chiarito Stefano Liberti di Internazionale, non si tratta affatto di fatalità, ma di “vittime di una guerra silenziosa che si combatte contro i braccianti, pagati salari miseri, spesso a cottimo, e costretti a vivere – soprattutto se stranieri – in ghetti malsani privi di tutto. Dalla Puglia alla Basilicata, dalla Calabria alla Sicilia, sono centinaia gli insediamenti di fortuna in cui abitano stagionalmente i lavoratori agricoli: masserie abbandonate e in rovina, tendopoli costruite con legna e cartone, ex fabbriche in disuso.”

Il fenomeno è trasversale, riguarda indifferentemente italiani e stranieri: nessun contratto, solo lavoratori in nero (sebbene il 90% dei migranti che svolge questo lavoro possieda regolare permesso di soggiorno), assenza di tutele e di sicurezza sul luogo di lavoro, retribuzione ovviamente inferiore rispetto a quella sindacale, turni di lavoro massacranti. Sono circa 430.000 le persone che sono costrette a vivere in queste condizioni disumane. Il tutto, come facilmente si può immaginare, è gestito nella maggior parte dei casi dalla mafia, la quale muove un’economia illegale che frutta tra i 14 e i 17,5 miliardi di euro in Italia.”

La legge attuale, emanata dal Governo Renzi nel 2016, prevede pene molto severe in caso di sfruttamento (multe ingenti, dai 500 ai 1.000 euro per ogni lavoratore reclutato, cifre che aumentano se si è intervenuti con violenze o percosse). Sebbene questa norma sia riuscita a depotenziare il fenomeno del caporalato, è ancora ben lontana dall’estirparlo in maniera definitiva, perché lavora sulla repressione del fenomeno, ma non mira a prevenirlo. Sarebbe invece opportuno agire in maniera diretta sui consumatori e creare, ad esempio, delle certificazioni etiche per le filiere, in modo da educarli all’acquisto di prodotti che, oltre all’aspetto biologico, siano stati coltivati anche con un occhio di riguardo all’aspetto etico. 

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