Prima di Drag Race: le Houses della Ball Culture

“Black people have a hard time getting anywhere and those that do are usually straight. In a ballroom you can be anything you want. You’re not really an executive but you’re looking like an executive. You’re showing the straight world that I can be an executive if I had the opportunity because can look like one, and that is like a fulfillment”- Dorian Corey, Drag Queen

La cultura drag sta vivendo un momento di sfavillante notorietà, negli ultimi anni. Proprio per contestualizzare il fenomeno e non perdere il suo grande valore, però, è bene analizzare uno dei momenti fondanti della cultura LGBT statunitense.

La passerella di Rupaul’s Drag race può far passare l’arte del Drag come qualcosa di ricco, opulento, sfarzoso e accettato all’interno della cultura pop contemporanea.
In realtà (e se si sta attenti, anche lo show televisivo cerca di evidenziarlo) il crossdressing, le sfilate e i vestiti costosi sono state soprattutto l’espressione di minoranze sessuali e etniche storicamente escluse, oppresse e mai rappresentate proprio da quelle ribalte del glamour, dei flash e dei red-carpet che intendono replicare per sé.

Si parla, in questo senso, della Ball Culture, la cultura delle sale da ballo che durante gli anni Sessanta e Settanta, inizia a prendere piede nelle grandi città metropolitane d’America.
A prenderne parte sono forse le persone più marginalizzate e vessate della società statunitense dell’epoca: non solo uomini gay e crossdresser, ma persone trans anche e soprattutto persone LGBT di colore, prese nell’intersezione di razzismo e omofobia e in disperato bisogno di far fronte alle difficoltà di una vita doppiamente discriminata.

Si tratta di un sistema di persone, performer, club e locali stretti attorno a eventi e sfilate ricorrenti durante le quali una nutrita schiera di giudici dava le proprie votazioni a varie esibizioni di ballo in drag, trucco, parrucco e vestiario il tutto sotto le graffianti parole di un annunciatore dal microfono irriverente e sboccato.
Le categorie nelle quali si può sfilare (in gergo “walk”) vanno dal crossdressing realistico (Femme Queen Realness), al ballo (in particolare il Voguing), all’emulazione di un uomo eterosessuale (Butch Queen Realness) finanche alla sezione in cui vengono giudicati il costo e la quantità di marche prestigiose indossate dai partecipanti (Labels). La performance è evidentemente non soltanto un tentativo di emulare il mondo dello sfarzo e della moda tipico dell’eterocentrico e bianco Hollywood, ma anche un modo di esorcizzarne il potere, addomesticarlo, farne dell’ironia e qualche volta ridicolizzarlo mettendone in atto la superficialità.
Bisogna tenere presente, tuttavia, che il tono dello spettacolo non è canzonatorio: le sfilate annuali hanno molto valore per chi vi partecipa e sono un’enorme occasione per mostrare le proprie abilità e vincere anche ambiti premi e il riconoscimento della propria comunità.

Due uomini gay neri ad un “Ball”, imitando l’appuntamento nautico: uno dei quadretti più etero e bianchi della cultura del tempo.

Appunto la comunità è fattore fondante della Ball Culture. Si è di fronte, infatti, a persone giovani e emarginate, spesso rifiutate e cacciate dalle proprie famiglie e che difficilmente riescono ad essere sè stesse in pubblico. Una demografia, quindi, assolutamente bisognosa di creare legami, trovare amicizie e gentilezza all’interno di sè stessa. E’così che queste persone si riuniscono in Case (le Houses): contemporanee gilde di persone che sfilano e si preparano insieme anche fuori dalla competizione e che seguono le direttive di una figura “materna” di riferimento che accoglie con dolcezza e sapienza i propri figli dispersi nel grigiore della città. Famosissime diventeranno la House of LaBeija (fondata da Crystal LaBeija, performer drag), la House of Xtravaganza, la House of Ninja; tutte “casate” destinate a entrare nella leggenda della comunità LGBT, e le cui invenzioni e linguaggio sono alla base di una quantità sorprendente di cultura pop contemporanea.

Dorian Corey, nel documentario Paris Is Burning, spiega che cosa vuol dire “shade”.

 

Fonti

Paris is Burning: documentario sulla Ball Culture newyorkese

 

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