Uno sguardo sociale e filosofico sul potere della musica

“La musica non è affatto, come le altre arti, l’immagine delle idee, ma è invece immagine della volontà stessa, della quale anche le idee sono oggettività: perciò l’effetto della musica è tanto più potente e penetrante di quello delle altre arti, perché queste esprimono solo l’ombra, mentre essa esprime l’essenza”

Arthur Schopenhauer, “Il mondo come volontà e rappresentazione”

La musica è un vero miracolo.
Cercare di definire cosa sia sarebbe davvero una follia, oltre che una missione impossibile; si può, forse, tentare di descrivere, vagamente, la sua potentissima magia: essa pare comunicare qualcosa di eterno, che nessuna poesia o rappresentazione visiva potrebbe mai comunicare, pare muovere, con pochi secondi di armonie ben assestate, gli abissi più celati e intimi dell’animo, pare metterci in contatto con livelli d’essere oltre la mondanità.
Allo stesso tempo, però, essa pare fortemente corporea, quasi viscerale, e le passioni che evoca, le movenze che scatena, rimandano spesso ad uno stato di abbandono, richiamante l’animalità più primitiva.
La musica si profila quindi come medium, come Giano bifronte, che da un lato parla il linguaggio dei mortali, e dall’altro quello degli Dei, e così mette in contatto, in maniera privilegiata fra tutte le arti, la spiritualità con la carnalità.

Detto questo, sembra abbastanza evidente che un’analisi avente della scientificità di questo mysterium sia un grattacapo non da poco. Alcuni, come Leibniz o Cartesio, hanno tentato di ricondurla completamente ai rapporti matematico-geometrici che essa instaura fra suoni, rievocati nell’orecchio. Ma molti altri, primo fra tutti Schopenhauer, si sono fortemente opposti a questo tipo di riduzione, e la citazione del pensatore, in apertura, lo mostra sufficientemente.
Nondimeno, si può tentare di affidarsi alle scienze per rispondere a qualche domanda sulla musica, senza rinunciare all’ausilio della riflessione filosofica. In particolare, rivolgendosi alle scienze sociali, si può chiedere: a che serve la musica?

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Schopenhauer

I ritrovamenti archeologici testimoniano che i primi strumenti musicali (fatti con ossa cave di uccelli e corni di mammut) furono costruiti intorno ai 40.000 anni fa, ma allora l’uomo già possedeva, da molto tempo, le caratteristiche fisiologiche che gli permettono tuttora di rendere se stesso produttore di melodie. In particolare, la prima distinzione, a livello laringeo, rispetto all’antenato comune, sarebbe comparsa con l’homo ergaster, quindi forse addirittura 2 milioni di anni fa. Tale ominide aveva uno spazio acustico sopralaringeo più ampio dei suoi predecessori, consentendo una maggiore gamma di suoni vocali e un maggior controllo su di essi. Questa modificazione fu istigata con tutta probabilità dalla liberazione della parte superiore del corpo, grazie alla bipedia.
Intorno ai 500.000 anni fa, al tempo dell’homo heidelbergensis, sorse invece l’innervazione, a livello di spina dorsale, necessaria per il controllo della durata dei proferimenti, ovviamente fondamentale per il canto.
L’abilità di fare musica con la voce è dunque veramente antica e ben radicata nelle specie homo. Ma cosa permise che tali tratti, apparentemente superflui per la sopravvivenza, si mantenessero e si sviluppassero tanto complicatamente? In altri termini, quale vantaggio evolutivo apportano?

È utile qui rifarsi al concetto, accennato sopra, di musica come mediazione. Essa è mediazione non solo fra mondi opposti, ma anche fra individui simpatetici. Come sostiene Silvia Vizzardelli nel suo testo “Filosofia della musica”, il rythmos è certo scansione temporale, che acquista la sua natura discontinua solo interrompendo la continuità della pura forma del tempo, frapponendovi la tensione di una materia vibrante (ancora, quindi, incontro di spirito e carne); tuttavia, il rythmos è anche periodizzazione e ripetizione, quindi imitazione, diffusione e rito: osservando lo spettacolo di una tribù aborigena, boscimana o pellerossa, danzante intorno al fuoco e in preda ad una una trance musicale, si può apprezzare la condivisione di un sentimento profondissimo, un sentimento originario. Si tratta del sentimento dell’alterità, del trascendente, della comunanza di un destino incerto, voluto dall’alto dei cieli. È proprio in quelle danze frenetiche, forse, che si realizza concretamente la “social catena”, che Leopardi intimava nella “Ginestra” (tema, non a caso, di nuovo assai schopenhaueriano).

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Una danza intorno al fuoco

Per essere più rigorosi, però, è sicuramente innegabile che la musica crea legami sociali e li rafforza sconfinatamente. Essa unisce, mettendo tutti sullo stesso piano primario, quello dell’essere poco altro che animali assai petulanti. Ciò è un grandissimo vantaggio evolutivo, tanto a livello di gruppo, rendendo questo più coeso e compatto di fronte alle avversità dell’ambiente circostante, quanto a livello di individuo, rendendolo questo più appetibile, come partner riproduttivo e come genitore, perché più atto alla fedeltà, all’empatia e alla formazione di relazioni stabili.

Fonti:                             Immagini:
Iain Morley,                    Copertina
“A multi-disciplinary         Sopra (1)
approach to                        Sopra (2)
the origins of music”
-Silvia Vizzardelli,
“Filosofia
della musica”

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