Tatuaggi e discriminazioni sul lavoro: c’è ancora una relazione?

“Se il corpo è un tempio, i tatuaggi sono le sue vetrate.”
Vince Hemingson

A quanto rivelano i risultati di recenti ricerche condotte da studiosi americani ed australiani, pare che i pregiudizi negativi riguardanti gli individui con scritte e disegni impressi sulla pelle siano ormai scomparsi. Piccolo dettaglio: i sondaggi sono stati effettuati in diversi stati americani. In Italia, purtroppo, la situazione è ben diversa. 

Un gruppo di scienziati provenienti dall’Università di Miami e dalla scuola di business dell’università dell’Australia Occidentale, coordinato dal professor Michael T. French, ha rivelato che negli Stati Uniti ormai i tatuaggi non sono più causa di discriminazione sul luogo di lavoro. I risultati della ricerca sono stati pubblicati in seguito all’intervista di circa duemila persone, provenienti da città con almeno un milione di abitanti ciascuna, in cinquanta differenti stati americani.

Se prima i tattoo costringevano i candidati a partire svantaggiati rispetto a tutti gli altri, e si rivelavano fonte di pregiudizi negativi, ora la situazione sembra essersi addirittura ribaltata. Negli USA i tatuaggi risultano infatti essere sempre più diffusi, (il 20% degli adulti ed il 40% dei giovani ne possiede almeno uno), dunque anche più facilmente apprezzati dalla popolazione e dai possibili dati di lavoro. Come sottolinea French, sono invece – paradossalmente – i selezionatori che operano delle discriminazioni ad essere svantaggiati rispetto alla concorrenza, poiché si ritrovano davanti un pool di candidati meno folto e dunque meno appetibile. 

E in Italia invece? 

Come è facile aspettarsi anche in questo ambito il Belpaese fatica ad abbandonare un bigottismo e un atteggiamento discriminatorio ormai anacronistici. Sebbene anche nello stivale il tatuarsi sia diventato una pratica comune e molto più diffusa che in passato, molti selezionatori continuano ad associare i disegni sulla pelle (specialmente se “aggressivi”, rappresentanti teschi, fiamme o draghi, solo per citarne alcuni) come un chiaro indice di trasgressione, violenza o ribellione del candidato, il quale risulterebbe dunque automaticamente meno qualificato a svolgere una determinata professione. 

Anche se può sembrare inverosimile, in Italia questa mentalità è ancora realtà. Ne è un esempio una dichiarazione rilasciata al Corriere della Sera da un capo del personale di una nota società finanziaria milanese: 

“Se fai il colloquio per un posto da dj va bene, ma visto che la nostra è un’azienda seria, con un’etichetta da rispettare, sarò costretto a inventare una scusa per non assumerti, anche se il curriculum è uno dei migliori”. 

O ancora, il recentissimo caso di una cittadina di Pesaro (comune delle Marche), madre di tre figli. La donna, con 13 anni di esperienza nel settore della ristorazione, durante il colloquio di lavoro per un famoso centro balneare di Cattolica, si è sentita chiedere se i suoi tatuaggi potessero essere coperti e nascosti integramente. Nonostante il lavoro non prevedesse alcun contatto con il pubblico (cameriera ai piani e posto in cucina come lavapiatti) e i tatuaggi non fossero né sul viso né sulle mani, la donna non ha ottenuto il lavoro. 

Ricordiamo infine che la legislazione italiana (come quella europea, del resto) non contempla alcun divieto riguardo al rapporto tra mondo lavorativo e  tatuaggi (eccezion fatta per l’esercito e le forze dell’ordine) e che dunque, qualsiasi tipo di discriminazione operata in questo ambito potrà essere impugnata innanzi al giudice del lavoro. 

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