Afrikki Mwinda: i millennials vogliono accendere la luce dell’Africa

“Quand nous serons unis…ca va faire mal!”
Tiken Jah Fakoly

 

I millennials sanno di poter essere responsabili e veicoli reali di cambiamento, a tutte le latitudini. Anche in Africa. Sono loro l’anima di Affrikki Mwinda, (Luce dell’Africa) un nuovo movimento che unisce giovani di trenta Paesi per dare impulso al continente e liberarlo dal neocolonialismo.

I primi esperti che se ne stanno occupando, a partire dal giornalista Andrea De Giorgio, lo salutano come “il nuovo movimento sociale africano”, i giovani che gli danno vita, invece, lo chiamano semplicemente Afrikki Mwinda, La Luce dell’Africa, accostando l’antico nome del continente a un termine di lingua lingala, uno degli idiomi riconosciuti come ufficiali nella Repubblica Democratica del Congo. A dargli corpo sono un gruppo di millennials africani, che vedono nell’unità di intenti il modo di mettere efficacemente  la loro voglia di fare al servizio di una emancipazione africana che soprattutto la foltissima generazione Y sente sempre più urgente. Sono sempre di più, i millennials africani che hanno voglia di partecipare attivamente, e stanno dando vita a un fermento socioculturale di cui pochi – tra cui De Giorgio – si stanno però accorgendo.

Una nuova ondata di impegno che vuole, spiega il cronista su Internazionale, creare un risveglio delle coscienze dei giovani e non solo, per liberare l’Africa dal neocolonialismo. Per questo, gli esponenti dei movimenti sociali di trenta paesi del continente si sono dati appuntamento a Dakar, in Senegal, per diversi giorni di incontri e dibattiti tenutisi durante la prima edizione dell’ Università Popolare dell’Impegno Cittadino, tra il 23 e il 26 luglio. in cui si sono dati convegno, e impegno di fare fronte comune,movimenti sociali già esistenti, provenienti, fra gli altri da: Repubblica Democratica del Congo, Senegal, Chad, Madagascar, Camerun, Costa D’Avorio, Burkina Faso e Repubblica del Congo, come riporta il sito dell’UPEC da cui sono tratte anche le immagini.

Giorni che si sono mossi lungo due binari: l’uno, più strettamente accademico, ha prodotto incontri, dibattiti e un manifesto in cinque pagine. Il secondo, artistico, ha visto alternarsi performance, proiezioni e concerti. Perché anche i millennials africani riconoscono il potere di cambiamento che la cultura può rivestire. “I movimenti sociali africani, gli artisti e gli intellettuali impegnati d’Africa e delle sue diaspore hanno preso la ferma decisione di unire le loro energie, le loro voci e le loro forzee per portare avanti le aspirazioni dei propri popoli alla libertà e alla dignità”. Il documento si apre. infatti, con queste parole. Non a caso, a salutare la nascita di Afrikki Mwinda ci sono diversi artisti. Tra loro il rapper burkinabè Smockey, il cantante reggae Tiken Jah Fakoly il “Dylan del Senegal” Ismael Lo, padri nobili di una generazione millennial sempre più attiva, anche sui palchi, come il repper Master Soumy, classe ’83 di Bamako, Mali.

Intorno a loro un folto gruppo di ragazzi e ragazze, che vogliono un’Africa diversa e non hanno paura della repressione che ha ucciso il 33enne Luc Nkulula, morto bruciato il 10 giugno nella sua casa di Goma per essersi opposto al governo del suo paese, quella Repubblica Democratica del Congo nel quale si è concretizzata la nascita di un movimento unito che, stretto nella memoria di Nkulula e nella voglia di lottare (“Lucha” è il nome dell’organizzazione che Nkulula presiedeva) ha ben identificato i suoi nemici.

Essi sono facili da individuare: la burocrazia, che vela la corruzione attraverso la quale le grandi aziende, provenienti da Paesi di antica o nascente potenza economica e industriale, dall’Europa alla Cina, si accaparrano le risorse locali radendo al suolo le possibilità di un’economia di meno larga scala. Le ancora vive ingerenze degli ex coloni, il disinteresse per il reale benessere degli africani mascherato – sostengono – da lotta senza quartiere all’immigrazione, e infine, conclude il documento l’irresponsabilità dei governanti africani stessi che – attraverso la giustificazione del contrasto al terrorismo, che colpisce l’Africa in misura molto superiore agli altri continenti – consentono una militarizzazione e uno sfruttamento sempre più pervasivi dell’Africa. Un panorama buio dentro il quale, però, i millennials hanno capito che spetta a loro accendere la luce.

Fonti:                                 Immagini
Internazionale                     Copertina
Upec                                   Foto 1
Foto 2

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