Mesut Ozil e il “Mamma li turchi!”: una storia triste

“Non è cane, non è lupo: sa soltanto quello che non è. Se solo sapesse quello che è”

Boris, l’oca del cartone Balto

 

Dopo aver posato con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il giocatore tedesco di origine turca Mesut Ozil con il suo connazionale Ilkay Gundogan scatenò un vespaio di polemiche. Ora, in polemica con la federazione calcistica tedesca, dichiara di abbandonare la nazionale in quanto fatto oggetto di “razzismo” che ritiene non più tollerabile. 

 

Galeotta quella foto

Gli episodi di razzismo cui fa riferimento il giocatore dell’Arsenal nel comunicato del 22 luglio riguardano offese e minacce alla sua persona e alla sua famiglia, via social e per telefono. Una serie di comportamenti inaccettabili che sono esplosi a seguito del controverso incontro del giocatore di origini turche con il presidente Erdogan. L’incontro, avvenuto a Londra lo scorso maggio a lato di un incontro di beneficenza, scatenò le proteste in tutta la Germania. Per una personalità di dominio pubblico, incontrare un leader che sta promuovendo una svolta autoritaria nel proprio Paese era ritenuto quanto meno discutibile. La stessa cancelliera Angela Merkel ebbe ad evidenziare la possibilità di un fraintendimento delle ragioni e del significato dell’incontro.

 

 

Questione di rispetto

L’incontro con il presidente Erdogan – prosegue il comunicato – era inteso dal giocatore come un omaggio alle proprie origini. Tuttavia, per i contestatori  risultato difficile sostenere che stringere la mano pubblicamente ad Erdogan non avesse nessuna implicazione politica per un personaggio della vita pubblica. Ma Ozil ha insistito sul fatto che fosse importante importare il presidente in quanto presidente: “non mi importava chi fosse il presidente, ma che fosse il Presidente.”

Una giustificazione problematica da sostenere alla luce del fatto che l’incontro è frutto di una scelta volontaria e non obbligata, come per gli atleti di nazioni sotto regime dittatoriale. Ignorare le sofferenze e le privazioni che il popolo turco sta soffrendo a seguito della repressione del colpo di stato anti-Erdogan in nome di un omaggio alle proprie origini può parere abbastanza ingenuo. In questa pessima vicenda resta però da distinguere il piano dell’opportunità dell’incontro – discutibile  – dall’ oggettiva intollerabilità delle offese etniche e razziste di cui il giocatore della Mannschaft è stato oggetto.

 

 

Perchè solo io?

La rabbia del giocatore si è diretta in particolare contro il continuo riferimento alle sue radici turche dei cronisti sportivi. Ozil si sarebbe detto infastidito dall’abitudine dei giornalisti sportivi di riferirsi a lui sempre come giocatore tedesco di origine turca, a differenza dei suoi compagni di nazionale Miroslav Klose e Lukasz Podolski di origine polacca, alla cui origine mai si accenna nelle cronache sportive. A peggiorare la situazione sono poi arrivati gli insulti via social e personali, la perdita di partner nella scuola calcio che Ozil ha fondato a Gelsenkirchen, sua città natale, a causa della foto incriminata.

A rappresentare però la pietra tombale sulla vicenda sarebbe stata la mancanza di presa di posizione della Lega Calcio Tedesca e del suo presidente, Reinhard Grindel. Il capo della Federcalcio tedesca avrebbe chiesto a Ozil chiarimenti sulla vicenda subito dopo l’incontro. Tuttavia, a seguito di un incontro a Berlino organizzato dal ct Joachim Löw, il giocatore, d’accordo con i dirigenti della federazione avrebbero deciso di concentrarsi unicamente sul mondiale. Al ritorno però, dimenticandosi gli impegni presi, il presidente federale ancora una volta avrebbe chiesto spiegazioni sulla foto incriminata e incolpato Ozil per gli scarsi risultati della selezione tedesca al Mondiale.

 

 

Davanti ad un comportamento motivato più dalla visione politica che da valutazione sportiva, il presidente della Federcalcio tedesca ha, spiega Ozil, trattato di fatto il giocatore dell’Arsenal come  una sorta di “capro espiatorio”. Questo fatto ha di fatto spinto il calciatore a ritirarsi dalla Nazionale perché “sono tedesco quando vinciamo, sono un immigrato quando perdiamo”. Una storia triste che interroga tutti, sia sul valore politico delle azioni sportive che sulla facilità con cui gli episodi di razzismo e discriminazione esplodono nella società contemporanea.

 

 

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