Chemnitz e quella brutta sensazione del ritorno della svastica

In un paese dove fino a qualche anno fa era vietata la vendita delle autobiografie di Hitler e la parola “Führer” è ancora tabù, una brutta sensazione di ritorno al passato sta emergendo di giorno in giorno. Dopo l’exploit alle politiche del movimento Alternativ für Deutschland (AfD) a terzo partito con il 12,64% dei voti con la leader della destra estrema Alice Weidel e la crescita del movimento anti-islamico Pegida, un’ondata di proteste a sfondo razzista hanno travolto la cittadina di Chemnitz, in Sassonia. Gli episodi di protesta e violenza sono scaturiti a seguito della morte di una persona in una rissa in cui erano coinvolti individui di varie etnie e nazionalità.

 

 

All’indomani della morte del 35 anni tedesco (inserire nome) 800 persone scendono in piazza a Chemnitz per sfogare la loro rabbia contro immigrati e stranieri, in un (quasi) nuovo pogrom del XXI secolo. Ad infiammare gli animi si aggiunge anche la diceria – poi rivelatasi infondata – che la vittima avesse trovato la morte nel tentativo di sventare un tentativo di abuso ai danni di una donna. Di vero c’è che un siriano e un iracheno sono stati incarcerati, quest’ultimo incriminato con l’accusa formale di omicidio. Ma la rabbia dei manifestanti, vicini alla destra più estremista e spesso esplicitamente neo-nazi, è esplosa il 28 agosto per le strade della città contro immigrati e stranieri presenti di in città. Al grido di “Il popolo siamo noi” sono aggrediti un siriano, un afghano e un bulgaro. Nessuno di loro ha, fortunamente, rimediato, gravi lesioni.

 

Se la cancelliera Merkel si spinge ad affermare perentoriamente che dimostrazioni di questo tipo “non hanno spazio in uno stato di diritto”, alcuni esponenti politici come il deputato Markus Frohmaier di AfD controbattono che “se lo Stato non protegge i cittadini, i cittadini vanno in piazza a proteggere sé stessi.” Nei giorni successivi a Chemnitz si susseguono manifestazioni anti-razziste alla parola d’ordine “Noi siamo di più”, per ribadire i valori dell’accoglienza e della solidarietà. Non mancano, tuttavia, motivi di tensione all’interno delle stesse forze governative, primo fra tutti a la linea dura di Horst Seehofer sulle politiche di accoglienza,  segretario dell’unione dei cristiano sociali bavaresi (CSU), alleato chiave della CDU di Angela Merkel, incline a rimandare ai paesi di sbarco i cosidetti “immigrati secondari” giunti da questi paesi alla Germania.

 

 

Gli episodi di Chemnitz hanno scosso fortemente l’opinione pubblica tedesca, da sempre suscettibile su argomenti che hanno a che fare con il razzismo, dove l’onta delle leggi razziali non si è ancora spenta e con essa i sensi di colpa. Basta provare a usare la parola Führer, “condottiero” in presenza di una persona dai 60 anni in su: risultato di imbarazzo o irritazione assicurato. Le manifestazioni di odio e violenza nella cittadina della Sassonia, non nuova a fatti di questo tipo, evidenziano come l’esplosione di proteste sia a livello politico spesso si basi e si infiammi sul sentito dire, sull’insicurezza crescente dei cittadini, ai limiti dell’impotenza, che riporta ciò che la vergogna del passato aveva allontanato: la ricerca del capro espiatorio e di una giustizia fai da te che tutto può men che unire una comunità, quel popolo-comunità di cui i movimenti di destra estremista e anti-europeista si riempiono molto spesso la bocca. “Europa dei popoli”: ma sono questi i popoli di cui andare fieri?

 

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