Perchè il buddhismo è quasi sparito dall’India?

“Nè colpiti dal dolore, nè intenti a correre dietro al piacere, vivono liberi da lussuria, paura e rabbia” – Krishna, nella Bhagavad Gita, insegna al fedele indù la dottrina dell’ascesi e del distacco.

Com’è noto, il buddhismo nasce nell’odierna India e ha non poca fortuna all’interno di questo subcontinente, divenendo rapidamente la religione maggioritaria della zona. Oggi, però, questa religione si ritrova quasi esiliata dalla sua culla, mentre permane in molti paesi dell’estremo oriente.

Il buddhismo ha inizio con la predicazione di Siddhartha Gautama, che ricevuta l’illuminazione (bhodi), inizia la propria predicazione intorno al VI sec. a.C. all’età di circa trent’anni. E’ difficile, come per la maggior parte delle figure alla base delle grandi religoni, separare la storia dalla leggenda, ma sta di fatto che l’avvento del Buddha (il Risvegliato) si ricollega ad un periodo di particolare fervore spirituale che favorisce la nascita di moltissime tradizioni religiose.
Si tratta infatti del periodo dei cosiddetti “sramana”, ovvero asceti, guru e grandi saggi intenti a fomentare un risveglio religioso che funge da reazione rispetto alla tradizione vedica: il credo degli Arii.
I testi vedici erano stati introdotti in India dalla popolazione indoeuropea degli Arii, che nel lontano II millennio a.C. migrarono in India da conquistatori, affermando appunto i Veda: i propri testi sacri.
La religione vedica, amministrata dai Brahmani, era chiaramente indoeuropea, con un pantheon maschile e guerriero, e focalizzata sul fuoco sacrificale custodito dalla potente casta sacerdotale.
Ebbene, nel periodo degli “sramana”, per qualche motivo, la visione vedica non soddisfa più i bisogni indiani e la popolazione cerca rinascita e freschezza in quelle che possono rappresentare sia delle dottrine nuove sia delle antichissime tradizioni sopravvissute dai tempi precedenti all’introduzione dei Veda.

Molto comune tra queste nuove suggestioni è la focalizzazione sulla rinuncia, il distacco dalla vita e la ricerca ascetica di una sorta di illuminazione. Si tratta di tematiche assolutamente ricorrenti nella cultura Indiana, e nel buddhismo, così come in moltissime altre tradizioni, sono interpretate come la volontà, per il credente, di riuscire a trascendere, mediante il distacco dalla materialità, il ciclo di reincarnazioni in modo da ricongiungersi con l’Assoluto e non dover più tornare nell esistenza terrena, che è inquinata dal dolore e dalla sofferenza.
Il buddhismo in particolare riesce (nel III sec. a.C) ad estendersi in tutto il subcontinente grazie all’azione proselitica di Asoka il Grande, imperatore della dinastia Maurya, che costruù un’enorme quantità di monumenti e monasteri buddhisti. E’ forse in questo periodo che la nuova religione riesce a trascendere i confini indiani per involarsi nel lontano oriente e nell’Asia Centrale.

Estensione dell’impero di Asoka

Dopo questo periodo di splendore, tuttavia, la tradizione vedica ha un nuovo e fervente momento di rinascita. Fin da dopo il movimento “sramana”, infatti, i Brahmani, per nulla impermeabili alle nuove correnti religiose, iniziano a reinterpretare i propri Veda sotto la loro luce. Si da inizio alla produzione delle Upanisad: nuovi testi da aggiungere alla collezione vedica che riportano le speculazione teologiche di questo periodo, mentre rielaborano il bagaglio dei libri più datati secondo una nuova sensibilità. Da questo movimento nasce l’induismo moderno; un’opera di integrazione teologica che riconsegna ai brahmani la propria posizione di sacerdoti, mentre allo stesso tempo fagocita le istanze che rendevano il buddismo così potentemente interessante e nuovo. Ora anche l’induismo parla di ascesi, di liberazione (la Moksha) dal ciclo delle reincarnazioni (il Samsara) e per questo motivo, da questo momento in poi, tornerà gradualmente a occupare il posto di religione egemone (come lo è anche oggi) del mondo indiano.

Fonti:

“Manuale di storia della religioni”, Editori Laterza

 

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