Fantasticare sul “ritorno alla natura” non è antropologia, ma voyeurismo

“Tutte le cose sono create buone da Dio, tutte degenerano tra le mani dell’uomo”-Jean-Jacques Rousseau, Emilio

Le culture diverse sono spesso narrate tramite la cornice del buon selvaggio; Rousseau stesso riconoscerebbe le proprie dottrine in gran parte dei documentari antropologici che scorrono via etere. Apprezzare e presentare in luce positiva i tratti di una cultura diversa è assolutamente lodevole, perché evita giudizi ottusi e apre alla diversità; tuttavia quando si inizia a cercare nel diverso i fantasmi di una “connessione con la natura” o di una “vicinanza alla terra” di cui si sente una sorta di “nostalgia”, non si sta facendo antropologia, ma si sta semplicemente esprimendo in un tipico esempio di primitivismo voyeuristico occidentale.

Donne dalla pelle scura avvolte in drappeggi multicolori che trasportano sulla testa otri d’acqua; monaci dallo sguardo misterioso e il capo rasato assorti nella meditazione; contadini induriti dalle intemperie che pascolano per il proprio bucolico quadretto. Tutte queste cose esistono, ed è bene parlarne; ognuna di esse ha sicuramente un intenso fascino e certamente fa può far riflettere sui diversi modi di vivere l’esistenza e accarezzare la felicità; ognuna di esse può evidenziare problemi e svelare soluzioni, illuminare menti e aprire discorsi.
Insomma, è grazie anche a questo tipo d’immagini, forse un po’ stucchevoli, che nasce l’antropologia.  Dopotutto è una scienza viva, pulsante e che si nutre della fascinazione delle persone che la esercitano; non esiste una teoria etnologica che sia astemia di un certo amore per l’esotico, e se esistesse, forse sarebbe anche abbastanza inutile.

Ciò che esiste, però, è una certa tendenza della cultura occidentale ad essere interessata alle altre solo in funzione di una presunzione che le è tipica: quella di essere più avanzata, evoluta e lanciata verso il futuro delle altre.
E’ proprio questa presunzione, infatti, che apre l’occidente ad apprezzare la diversità per la sua “semplicità”, “vicinanza alla natura”, persino “ovvietà”. Si tratta di una sensazione di nostalgia verso un non meglio precisato “passato d’oro” che sarebbe rievocato e rappresentato oggi dalle culture “primitive” o “tradizionali”, che quindi meritano degli elogi che sanno tanto di condiscendente altezzosità.
Questo tipo di voyeurismo culturale si basa sulla concezione, già ampiamente sbugiardata in ambito accademico (era popolare fino alla fine dell’Ottocento), che le società seguano un’evoluzione dal “primitivo” all'”odierno” secondo uno sviluppo lineare che ha come vertice lo status quo europeo. Si tratta di una prospettiva fallace non solo perché sfacciatamente etnocentrica, ma anche perché legge ogni tratto culturale come una “versione precedente” o un “germoglio” di ciò che è stato sviluppato dalla propria società.

Per di più, la corsa al “ritorno alla natura” esprime una concezione di “natura” che è tutt’altro che “naturale”, se è permesso il gioco di parole. Entrando nella speculazione filosofica, più che antropologica, la parola “natura” è probabilmente il vocabolo dal significato più vago eppure più sfruttato della storia; da un certo punto di vista, nulla che esista può essere “innaturale”. In questo contesto particolare pare che si sfrutti l’opposizione “naturale” e “artificiale”, cercando di ingioiellare le altre culture con un’aura di “genuinità” e di “immediatezza” che tuttavia ha valore solo nel contesto occidentale. Aura che ha comunque ben poco fondamento, se si considera che la cultura stessa, e quindi ogni cultura, esiste in quanto generata dall’umanità e quindi artefatta, autenticamente e irriducibilmente “artificiale”.

Fonti:

Antropologia culturale, F.Dei

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