Maternità e lavoro: le donne italiane tra diritti e discriminazione

“Mia madre è una poesia che non sarò mai in grado di scrivere, anche se tutto quello che scrivo è una poesia a mia madre.”

Sharon Doubiago

Quanto sono libere le donne italiane di essere lavoratrici, e contemporaneamente, mamme? Forse meno di quanto ci si immagina. Il primo passo opportuno da compiere risiede nell’identificare i motivi per cui il diritto alla maternità non è ancora tutelato a pieno. 

La realizzazione personale di un individuo può passare attraverso differenti fattori e, per molte delle donne adulte al giorno d’oggi, anche attraverso la maternità. Essere madre è un diritto che viene riconosciuto ormai da centinaia di anni a qualsiasi donna nella società occidentale, così come il diritto al lavoro. Usufruire però di questi due benefici contemporaneamente sembra particolarmente difficile in questo periodo di precarietà e di crisi economica, molto più di quanto dovrebbe. 

Come è noto sono ancora molteplici le discriminazioni operate nei confronti delle donne sui luoghi di lavoro, a cominciare, ad esempio, dal gender pay gap, la differenza di salario tra donne e uomini per lo svolgimento della stessa mansione, senza contare le numerose molestie, fisiche e verbali, subite dalle lavoratrici tra le scrivanie degli uffici. 

Spesso la discriminazione incomincia però prima che la giovane candidata sia assunta: “Quali sono i suoi progetti famigliari nei prossimi anni?” “Ha intenzione di sposarsi o avere figli?”, domande, queste, che troppo di frequente vengono poste alle giovani aspiranti lavoratrici in fase di colloquio, e che risultano spesso determinanti nello scegliere se assumere la donna o meno, scartando invece altri requisiti, come quelli di merito o quelli curricolari. Quante donne si sono trovate costrette a rispondere, imbarazzate e sgomente, a questi quesiti? Quante hanno dovuto mentire e nascondere le proprie reali intenzioni, per timore di non ottenere il posto, in un periodo un cui trovare lavoro non è purtroppo così scontato? 

Ma, ovviamente, soprusi e pressioni non si fermano qui. Non è raro che le donne siano costrette, nel momento dell’assunzione a firmare delle dimissioni in bianco, senza data, che potranno poi essere utilizzate opportunamente dal dirigente in caso di una gravidanza non prevista. Vessazioni ingiuste, discriminazione da parte di datori e colleghi, isolamento in uffici da sole, senza nessun altro con cui parlare, declassamento di posizione lavorativa, queste sono solo alcune delle ingiustizie che (secondo dati risalenti a due anni fa) colpisce circa mezzo milione di donne ogni anno solo nel nostro paese, con pesantissime conseguenze sul loro benessere e sulla loro psiche. 

Come sempre è opportuno ragionare sulle cause di questo fenomeno, per identificarle e provare a delineare delle ipotetiche soluzioni a questo problema. Le questioni sono principalmente due, una di tipo culturale ed una di tipo economico. Se da un lato, infatti, nel nostro paese esiste senza dubbio una problematica legata ad una mentalità maschilista e misogina che dà forza e sostiene tutti coloro che discriminano la donna in ogni ambito e con ogni pretesto (e che va combattuta con forza e determinazione), dall’altro parte della colpa per la situazione appena descritta è da attribuire allo Stato. Al posto che elaborare campagne di pessimo gusto in occasione del Fertility Day, infatti, i politici dovrebbero cercare di varare delle norme che favoriscano l’assunzione di donne, anche “potenziali” mamme. Una soluzione, ad esempio, potrebbe essere  indennizzare completamente i costi della maternità alle imprese per le lavoratrici con contratto a tempo determinato.

Perché il problema concreto è che per una piccola o media azienda le spese legate ad un congedo per maternità sonoingenti, spesso insostenibili. Se ad esse vengono poi aggiunte le tasse da pagare normalmente allo Stato, ai costi dell’assunzione e della formazione di una figura sostitutiva, le astensioni facoltative previste in periodo di maternità, è quantomeno comprensibile perché un dirigente voglia evitare questa situazione a tutti i costi. Insomma, non è che tutti i datori di lavoro siano perfidi misogini, è che semplicemente, in molti casi, prediligono un uomo perché l’assunzione di una giovane donna è una scelta che non si possono permettere. 

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