Non esiste nessun’identità da difendere.

“It’s like everyone tells a story about themselves inside their own head. Always. All the time. That story makes you what you are. We build ourselves out of that story” –Patrick Rothfuss, The Name of the Wind

Ci si costruiscono intere campagne elettorali, interi movimenti, dissertazioni, libri e perfino pubblicità: l’idea che ci sia una non meglio precisata “identità” o “tradizione” sotto attacco è un artificio retorico che permette di creare una facile ed efficace dinamica noi-contro-loro.

Certo, è sempre comodo poter definire in maniera precisa qualcosa; poter dire “l’Occidente”, “la cultura europea”, “la tradizione italiana” è in effetti molto vantaggioso da un punto di vista linguistico. Si tratta di concetti usati largamente in ambito accademico, oltre che in politica, ed esistono per poter ragionare di letteratura, storia, arte e musica; insomma, sono strumenti mentali assolutamente utili.
Utili ma parziali.

Gli stessi “addetti ai lavori”, siano essi storici, antropologi o filosofi, utilizzano queste espressioni con molta accortezza e sono ben consci di quanto restrittive possano essere.
Non è grazie al mondo arabo che Aristotele arrivò a Tommaso d’Aquino (gran parte della dottrina cattolica è ancora basata sui suoi scritti, dopotutto)? L’Impero Romano non si estendeva forse fino all’ Egitto? Il Natale non era un tempo una festa pagana? Quanto dell’egiziana Iside c’è nella Vergine Maria? Esisterebbe l’algebra (al-jabr, ovvero “riunione delle parti separate”) se usassimo ancora i numeri romani?
Si tratta di questioni che mettono in crisi una concezione unitaria e assolutista dell’Europa e che propongono nuove prospettive per vedere la storia e l’identità culturale di un continente.
Tutte le volte che si definisce un’identità storica, infatti, si sta attuando una scelta, una selezione di eventi importanti e eventi irrilevanti.
Si può parlare della memoria pubblica come di un puzzle, creato solo con alcune delle tessere che lo scorrere del tempo mette a disposizione.
Ricordare impone una scelta: a quale evento innalzare un monumento? a quale persona una statua? che nome dare a quella piazza?

La dea Iside con il figlio Horus in braccio.

E’ grazie a questo sistema di scelte che si crea un’identità sotorica; un’identità che forse è avventato dichiarare falsa, ma che certamente si rivela nel suo essere artefatta e costruita in base ad una sensibilità che esiste e si dispiega nel presente, e che quindi proietta nel “prima” le dinamiche dell'”adesso”.
Durante la guerra fredda le identità in campo erano Occidente statunitense e Oriente sovietico; poco prima erano Alleati contro Asse, Intesa contro Alleanza finanche a Cattolici contro Protestanti.

Martin Luther King. L’identità può essere anche creata con lo scopo di riuscire a dare diritti a chi è discriminato.

Un’identità e una memoria sono forse qualcosa di utile, necessario e addirittura imprescindibile dall’esperienza umana, ma tenere a mente la loro dimensione essenzialmente “funzionale”, “artefatta” e addirittura “finta” permette di continuare a negoziare l’importanza dei ricordi, senza mai abbassare la guardia su cosa viene assunto come valore assoluto e cosa viene invece taciuto.

Fonti:

Contro l’identità; F. Remotti

Antropologia Culturale; F. Dei

 

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