Trovare lavoro (non) dipende dalla scelta dell’università

“Domani sarò ciò che oggi ho scelto di essere”
James Joyce

La scelta universitaria quanto favorisce l’accesso al mercato del lavoro? Probabilmente meno di quanto si possa immaginare. Qualsiasi tipo di facoltà sembra infatti inadatto a fornire tutte quelle competenze necessarie e richieste dalle aziende oggi. La nuova sfida della Generazione Z sarà quella di riuscire ad acquisire queste abilità con l’esperienza, in autonomia. 

Proprio in queste settimane milioni di ragazzi italiani, con i ricordi della maturità ancora freschi nella loro memoria, hanno incominciato a frequentare le lezioni nella loro nuova università, carichi di speranze, di aspettative e di timore per ciò che sarà la loro vita, un’incognita ancora tutta da scoprire. 

La scelta di intraprendere un percorso universitario dopo la scuola superiore è molto difficile da prendere e spesso non così scontata come si potrebbe pensare; le preoccupazioni che i giovani devono sostenere aumentano esponenzialmente nel momento della scelta della facoltà, a causa dei più vari e disparati indirizzi disciplinari tra i quali è impresa ardua identificare quello più adatto per sé, che meglio corrisponda ai proprio gusti ed alle proprie ispirazioni e, contemporaneamente, quello che dovrebbe spianare la strada per un “futuro certo”, un lavoro assicurato. 

Il segreto della scelta dovrebbe risiedere nel giusto equilibrio tra questi due estremi, tra l’assecondare le proprie passioni o prediligere invece una preparazione che permetta un agevole inserimento nel mondo professionale. Se questo equilibrio non è bilanciato con sufficiente attenzione, il rischio di insuccesso è moto alto, con insoddisfazione personale e disoccupazione tra i rischi più alti da affrontare se ci si sbilancia troppo. 

Per molti dei membri della cosiddetta “Generazione Z” il problema sembra non porsi in questi termini, però. Solo il 29% dei giovani, infatti, sceglie il corso di Laurea prendendo in considerazione le statistiche occupazionali, i fattori che interessano e che maggiormente influenzano la decisione sono interessi ed inclinazioni personali (66%), programma di studio (58%), i costi e spese da sostenere (33%). 

Questo porta inevitabilmente i ragazzi a scegliere profili (come quelli linguistico o giuridico) che non sono in linea con l’offerta effettiva di lavoro. Come è facilmente intuibile le professioni legate al mondo della tecnologia, dell’ingegneria, del marketing sono al momento quelle più ricercate. (Non è pero da dare per scontato che e facoltà scientifiche siano più richieste di quelle umanistiche.) 

Ma il problema vero è un altro. Anche ambiti assetati di lavoratori come quelli appena descritti faticano a trovare giovani da assumere. Perché? Perché anche quelli preparati nell’ambito di riferimento non possiedono tutte le competenze che i datori di lavoro ritengono invece oggi essenziali. L’Università, che è rimasta indietro di un paio di decenni, queste abilità non le fornisce. Capacità nel lavorare o coordinare un team in remoto, freelance, capacità di modificare velocemente la propria organizzazione ed apprendere velocemente nuove conoscenze (insomma, una buona dose di elasticità mentale)  sono tutti requisiti indispensabili per le aziende di oggi che i giovani non imparano affatto all’università, e che devono invece apprendere on the job, dimenticando, nel contempo, tutte quelle competenze invece inutili, che non servono più. 

Il grosso problema legato alla disoccupazione giovanile, dunque, è anche questo: in molti casi, nonostante il percorso intrapreso sia giusto ed appropriato, è proprio l’Istituzione, l’Università, a non fornire tutte quelle competenze necessarie per fare carriera. 

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