L’antropologia deve essere relativista?

“Ognuno, senza eccezioni, crede che le proprie usanze native, la propria religione con cui è cresciuto, siano le migliori”
Erodoto, Le Storie

La prospettiva antropologica presuppone la sospensione di ogni giudizio riguardo la società che si sta studiando. Per questo motivo si è spesso accusato di relativismo questo ambito delle conoscenze umane, ma il “relativismo” è forse esattamente ciò che può rendere l’antropologia una scienza efficace.

Nel diciannovesimo secolo il fenomeno del colonialismo alimentò quell’interesse per il “selvaggio” che partorì l’inizio delle scienze antropologiche. Per lungo tempo “antropologia” significò analisi di culture “inferiori” o “primitive”, spesso e volentieri con un interesse voyeuristico o addirittura con l’intento quasi missionario di “migliorare” e “modernizzare” i mondi delle società altre.
Il responso degli intellettuali era fortemente etnocentrico: sottoponevano gli usi e i costumi altrui al proprio giudizio di cosa è giusto o sbagliato fare, di quale religione è vera o meno vera e di quale forma di parentela è opportuno adottare. In breve, l’antropologia, offuscata dalla lente del proprio sistema valoriale, non riusciva ad ottenere una visione chiara e pulita delle culture, e cadeva spesso nell’errore di considerare le altre società come “giovani”, “deviate”, “primitive” e semplicemente “stupide”.

La presuntuosa ambizione di ergersi come giudici di cosa è “umano” e cosa è “disumano” iniziò a impallidire una volta che gli antropologi cominciarono a vivere in mezzo agli indigeni e a cercare di capire il loro mondo, i loro simboli e i loro valori. Non esistevano più società con valori e società senza valori; semplicemente ogni società aveva i propri valori, i quali venivano elaborati dai propri membri in base alle circostanze della vita.
Come si può, allora, giustificare un ipotetico primato del sistema morale europeo su tutti gli altri esistenti? Dopotutto ciò che è giusto a Berlino potrebbe essere sbagliato a Delhi, e non esiste nessun osservatore esterno a cui poter chiedere un giudizio oggettivo in questo senso; come sarebbe possibile, poi, dare giudizi morali pur restando esterni ad ogni sistema morale? Ci si apre al metodo di studio basato su una sorta di relativismo culturale, se non proprio etico.

A questo quesito ognuno risponde da sé; dopotutto ognuno ha una propria etica che forse considererebbe adatta a giudicare ogni situazione. Anche l’antropologo può essere di questa opinione, ma nel momento dell’analisi antropologica, il metodo osservativo deve almeno tentare, per quanto possibile, di sospendere il giudizio; non tanto perché ogni antropologo debba essere effettivamente un relativista, ma perché una cultura diversa richiede di essere prima compresa e solamente dopo, eventualmente, giudicata.

 

Fonti

Antropologia Culturale, F. Dei

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