Il compatibilismo, fra Oriente e Occidente

“Se dovessi usare la mia filosofia quale metro di verità, sarei costretto a considerare il Buddhismo come la migliore delle religioni” 

Arthur Schopenhauer

E’ possibile il libero arbitrio in un universo completamente deterministico? Si può essere moralmente responsabili delle proprie azioni in un mondo in cui ogni evento è solo il risultato di un rapporto meccanico causa-effetto? Queste sono questioni cruciali per la filosofia occidentale. La risposta affermativa alle suddette domande comporta, in particolare, una posizione precisa, detta compatibilismo. Esponente fondamentale del compatibilismo occidentale è senza dubbio Kant, anche se in una forma tutta peculiare. Qui si vuole argomentare che la questione della conciliazione fra moralità e determinismo non è solo occidentale, ma riguarda, almeno implicitamente, anche alcune filosofie orientali. In particolare si vuole affermare che le posizioni kantiane sul rapporto fra fenomeno e noumeno, libertà e necessità, possano far sfociare in ultima istanza in considerazioni vicine al buddhismo originario, un’idea, questa, che trova per di più un sostenitore illustre in Schopenhauer, amante della religione buddhista e attento lettore degli antichi Veda indù, da cui il buddhismo trasse origine.

Innanzitutto, seppur non vi sia negli insegnamenti del Buddha un riferimento esplicito al determinismo dell’universo, né alla questione del libero arbitrio in quanto tale, si possono trarre conclusioni in questo proposito a partire dai suoi concetti di genesi dipendente, karman, e liberazione del saggio (lo stato del nirvana).
Secondo la visione della genesi dipendente ogni evento, nella sua emergenza, dipende da un unico principio originario. Questa idea non implica necessariamente un assoluto determinismo, perché la dipendenza da un unico principio primo non esclude una relativa indipendenza dei singoli accadimenti fra di loro.
Ciò sembra non essere vero per gli eventi fisici, che sono descritti a tutti gli effetti come una catena vincolante e necessitata, ma sembra invece valere nel caso delle azioni umane. Un agente, in base al bilanciamento universale operato dalla ruota del karman, è sì determinato dalle sue azioni passate, comprese quelle compiute in vite precedenti, secondo la ben nota dottrina della reincarnazione; ma questa determinazione non è del tutto meccanica. Il riferimento continuo alla volizione sembra infatti aprire uno spiraglio, negli insegnamenti del Buddha, di relativa libertà d’azione nell’attimo presente della scelta. Non si spiegherebbe d’altronde altrimenti come sarebbe possibile per il saggio raggiungere il nirvana, quale meta dei suoi sforzi di ascesi.
Il buddhismo è stato da molti perciò letto in una chiave di mediazione, come una dottrina che cioè non impone né un totale determinismo, né un totale indeterminismo. E’ il Buddha stesso che intimerebbe di difendersi da entrambi gli estremi, dal primo perché condurrebbe alla paralisi della volizione (un totale fatalismo), dal secondo perché porterebbe, paradossalmente, ad una sottovalutazione degli effetti delle proprie azioni, e quindi al non riconoscimento della propria responsabilità morale.

Il Buddha

Si hanno ora gli elementi per capire in che senso un tipo di compatibilismo si può attribuire al buddhismo. La relazione fra tale compatibilismo e quello kantiano non è immediata, ma è sicuramente tracciabile.
In prima istanza, si noti come sia il compatibilismo kantiano che quello buddhista siano esempi di un compatibilismo che si potrebbe definire “pratico”, piuttosto che “teoretico”.
Per dirla in breve, ciò che conta non è se l’azione umana sia di per sé libera e autonoma o totalmente determinata, ma piuttosto che non si possa non pensare di essere liberi, se si vuole agire. Come, in Kant, l’idea del totale ordinamento meccanico e necessitato della natura è un’idea trascendentale per la ragion teoretica, cioè una condizione di possibilità per la conoscenza, senza la quale non sarebbe possibile organizzare gli eventi in maniera sistematica e così comprenderli, l’idea della libertà del soggetto è un’idea trascendentale per la ragion pratica, cioè una condizione di possibilità per l’azione, senza la quale non sarebbe possibile compiere alcun gesto rivolto ad un fine.
Nel caso del buddhismo, similmente, non è chiaro in che misura l’agente sia effettivamente autonomo rispetto all’imperiosa ruota del karman: ciò che è chiaro è che il pensiero della totale ininfluenza delle proprie scelte è bandito, perché impedisce la volizione e l’azione.
In questo senso, di nuovo, l’idea della libertà si presenta come condizione di possibilità dell’agire stesso, indipendentemente dalla sua effettiva realtà empirica.

Quest’ultima, la realtà empirica, pertiene ai fenomeni, nel pensiero kantiano, cioè a tutti gli eventi fisici, ma non è l’unica realtà con cui si ha a che fare. Le idee pure della ragione, cioè i noumeni, dalla natura intellegibile e non empirica, diventano a tutti gli effetti reali e consistenti, assolutamente oggettive, non appena divengono trascendentali (o regolative), cioè non appena assumono il ruolo di condizioni di possibilità, non importa se del conoscere (nel caso del determinismo) o dell’agire (nel caso del libero arbitrio).
Il buddhismo non è contrario ad una distinzione analoga, anche se si potrebbe dire che in certa misura la supera.
Il Buddha, non estraneo agli antichi Veda, concordava con questi nel definire il mondo come illusione (velo di Maya, concetto ripreso appunto da Schopenhauer). Tutta la realtà è annebbiamento, costrizione di una Volontà superiore, sia gli eventi fisici che gli eventi intelligibili: i primi perché non si può che rappresentarseli così, secondo la catena causa-effetto, i secondi perché non si può che pensarli così, secondo la libertà della propria volizione. Se tutta la realtà è illusione, però, allora nulla è illusione, e qui sta il punto.

Kant

L’apparente contraddizione fra necessità e libertà, fra fenomeno e noumeno, è intrinseca alla struttura stessa di questo sogno che ha il nome di esistenza. Però, il buddhismo va oltre Kant, cosa notata, ancora, da Schopenhauer. Tale religione orientale offre infatti una via spirituale per il superamento della contraddizione e per la sconfitta dell’illusione (lacerazione del velo di Maya). Si tratta di una via di ascesi, che però non comporta semplicemente rinunce (noluntas), ma anche il riconoscimento dell’inconsistenza dell’Io (anatman), e poi dell’inconsistenza della sostanzialità degli enti in generale. Già in Kant, l’idea stessa dell’Io è, di nuovo, un’idea trascendentale, posta dalla ragione come garante e condizione di possibilità della sintesi intellettuale dell’appercezione (l’Io penso); se non si credesse di essere un soggetto unitario, libero e autonomo, non si potrebbe raccogliere univocamente i percetti sensibili sotto la forma di un unico fenomeno conosciuto qui e ora dal sé. Il riconoscimento di questa impossibilità a pensare altrimenti costituisce una fase tuttavia successiva, e, forse, la vera natura del nirvana. Non essendo l’Io altro che il raccoglimento di una stringa di coscienza sotto il concetto di un nome proprio, e non essendo, allo stesso modo, gli oggetti altro che un raccoglimento di percetti disparati sotto il concetto di un nome comune, la sostanzialità, quale categoria unificante, perde di senso. O meglio, la vera sostanza diviene una e una sola – tutto è Uno – e la distinzione fra eventi, nei loro rapporti reciproci, non è che mera parvenza: una parvenza da cui, certo, non si può fuggire, essendo essa costitutiva, ma di cui si può avere cognizione.

In quest’ottica si staglia l’etica schopenhaueriana della compassione e dell’empatia, dal sapore assolutamente buddhista. Dovere e responsabilità morale del saggio illuminato è non recare danno ad alcuna creatura esistente, per il semplice fatto che tutte le cose divengono Uno con il saggio stesso, grazie alla sua consapevolezza. L’agente diviene l’Uno stesso, la separazione fra soggetto e oggetto si disperde, e ovviamente diventa inammissibile, oltre che semplicemente impossibile, che l’Uno provochi sofferenza a se medesimo.           

Fonti:                                                   Immagini:

Riccardo Repetti,                              Copertina
“Earlier Buddhist Theories
of Free Will: Compatibilism”

-Immanuel Kant,                                   Sopra(1)
“Critica della ragion pratica”

– Arthur Schopenhauer,                       Sopra(2)
“Il mondo come volontà
e rappresentazione”

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