Il paradosso del razzismo: le razze umane esistono?

“La paura è qualcosa che è dentro di noi, che non ha nulla a che fare con la realtà”. 
Isabel Allende

Allarme razzismo”. Da quasi tre mesi questa espressione rimbalza di bocca in bocca, ingigantendosi nei carattere cubitali dei titoli di giornali, riviste, editoriali. Televisioni, media online, social network, carta stampata: sembra che nessuno sia riuscito a sottrarsi dal fascino di queste due parole così ricche di significato e di urgenza. Ma cos’é un “allarme razzismo”? In Italia ne é effettivamente in corso uno? E le razze esistono davvero?

La parola “allarme” lascia pensare ad un fenomeno episodico, un’improvvisa fase di violenza contro stranieri e diversi, che questa rovente estate 2018 ha, secondo alcuni, ufficialmente sdoganato e legittimato. Una violenza apparentemente destinata a cessare con la stessa subitaneità con cui é emersa e che può facilmente essere derubricata a “goliardia” quando chi la compie non corrisponde ad alcuni precisi connotati e si discosta da quello che l’opinione pubblica proietta sull’elettorato di alcuni partiti.

A sentire Daniel, uno dei giovani afroitaliani intervistati da Vice, ridurre questra escalation di razzismo italiano a una novità o al prodotto della propaganda di alcune figure politiche risulterebbe piuttosto superficiale. “Il razzismo c’è sempre stato, ma adesso è stato sdoganato. Quindi se prima le persone si facevano problemi a dire cose che già pensavano, oggi si sentono legittimate a esprimere certi concetti fino anche ad aggredire verbalmente, se non fisicamente, le persone. Sono aumentati quel tipo di episodi più sottili, anche se non visibili, che ci sono e che se sei nero li noti”. 

Paradossale osservare come questo sentimento così pericoloso e radicato non abbia alcun fondamento scientifico: pur avendo infatti un enorme peso come fenomeno sociale e culturale, per la biologia e la genetica le razze umane non esistono. Gli scienziati preferiscono infatti utilizzare il termine “discendenza” per definire le varie etnie.

Per dimostrare l’inesistenza delle razze si potrebbe partire dal constatare che gli esseri umani hanno in comune il 99,9% del proprio DNA. Questo tipo di informazione non sarebbe tuttavia sufficiente: per chi si occupa di genetica si tratta infatti di un terreno piuttosto scivoloso. Gli scimpanzé ad esempio, pur appartenendo a una differente specie, condividono con gli umani il 98% del proprio genoma e le differenze più rilevanti tra codici genetici non dipendono da quanti geni divergono tra più individui, ma da quali. Spesso i genetisti sono soliti spiegare questo concetto attraverso l’esempio del gene FOXP2 o “gene del linguaggio”: chi soffre di una mutazione di tale gene può essere affetto da disprassia, una condizione che rende l’individuo incapace di comunicare parlando. Due persone dunque possono avere in comune il 99,9999% del proprio patrimonio genetico, ma basta una minima alterazione nello 0,0001% di una di loro perché questa non riesca a verbalizzare, creando una divergenza sostanziale.

Un punto di partenza più solido per argomentare puó invece essere l’osservazione di come dagli esami del DNA di persone provenienti da diversi continenti emergano puntualmente più differenze tra i patrimoni genetici di persone appartenenti allo stesso gruppo etnico, rispetto a quelli di persone di diversi gruppi etnici. Ciò dipende dal modo in cui le popolazioni umane hanno abitato la Terra: é infatti ormai acclarato che le persone di origine europea e asiatica discendono da un unico gruppo di persone che migrarono dall’Africa. É dunque per questo motivo che tra le prime esistono meno differenze genetiche di quelle rilevate tra varie etnie africane, come tra gli Hazda della Tanzania e i Fulani dell’Africa occidentale.

Non é quindi possibile isolare un insieme di caratteristiche genetiche che appartenga esclusivamente ad un gruppo etnico piuttosto che a un altro. Come ha evidenziato il genetista Luigi Luca Cavalli Sforza, recentemente scomparso, “le vistose differenze esteriori tra le varie etnie, legate a una combinazione di più geni e derivate dall’adattamento ad una specifica realtà geografica, riguardano soltanto differenze superficiali”.

Spiega infatti Sforza nel saggio Storia e geografia dei geni umani, pubblicato nel 1994 dalla Princeton University Press:

«Il concetto di razza nella specie umana non ha ottenuto alcun consenso dal punto di vista scientifico, e non è probabilmente destinato ad averne, poiché la variazione esistente nella specie umana è graduale. Si potrebbe obiettare che gli stereotipi più diffusi, tutti basati sul colore della pelle, sul colore e l’aspetto dei capelli e sui tratti facciali, riflettono differenze superficiali che non sono confermate da analisi più appropriate fatte su caratteri genetici»

Il tentativo di associare un particolare gene soltanto ad una discendenza si é infatti rivelato ogni volta fallimentare: il giornalista Nicholas Wade ha provato a farlo nel saggio A Troublesome Inheritance, sostenendo che il fatto che certi alleli siano più presenti in determinate popolazioni possa spiegare le differenze di comportamento tra vari gruppi etnici. L’esempio utilizzato da Wade riguardava il gene MAOA, detto anche “gene del guerriero” in quanto una sua mutazione sembrava rendesse le persone più aggressive. Dato che la mutazione é più presente nel patrimonio genetico dei neri, Wade riteneva dunque l’aggressività una caratteristica di questa discendenza, ma la sua teoria si poggiava su evidenze che la scienza ha identificato come fragili: non solo la mutazione é presente anche in altri gruppi etnici, ma nessun altro studio ha riconfermato il risultato dei primi test sul MAOA.

Una conferma ulteriore arriva sempre dal saggio di Sforza:

«L’analisi evolutiva delle popolazioni umane mostra che è totalmente arbitrario fermarsi, nella classificazione, a un livello piuttosto che a un altro. Le spiegazioni sono di natura statistica, geografica e storica. Dal punto di vista statistico la variazione genetica all’interno di uno stesso gruppo è mediamente maggiore di quella tra gruppi diversi. Se consideriamo geni singoli, tutte le popolazioni o i gruppi di popolazioni si sovrappongono, dal momento che tutti i geni sono presenti in quasi tutte le popolazioni, anche se in proporzioni diverse; perciò nessun gene singolo è sufficiente per classificare le popolazioni umane in categorie scientifiche».

 

 

Credits immagini:.             Fonti:

Copertina .                          Aggressioni, Daisy

Immagine 1.                       NautilusInterviste

Immagine 2.                       Razza, genetista

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