Quota 100: a pagare le spese ci pensano i giovani, ancora

“Quasi sempre quel che giova ai giovani giova al paese” 

Mario Monti 

La tanto odiata Legge Fornero, l’ultima riforma previdenziale approvata in Italia nel dicembre 2011, sta per essere alla fine superata, sostituita dalla cosiddetta Quota 100. Uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale di 5 stelle e Lega, nonché punto fondamentale nel programma del “governo del cambiamento” sembra stia diventando realtà. E, ovviamente, il dibattito pubblico si sta infervorando molto.

L’introduzione della “Quota 100” prevede la possibilità di accedere alla pensione per chi, tra coloro che aderiscono al sistema contributivo, è in grado di totalizzare 100 sommando l’età anagrafica agli anni di contributi versati. Ad esempio, ha il diritto di raggiungere la Quota 100 chi ha 65 anni e ha versato contributi per 35 annualità. Sebbene in una fase iniziale il Governo sembrasse intenzionato a concedere questa opzione ai lavoratori che avessero compiuto i 64 anni di età, pare, secondo quanto riporta Panorama, che ora tale soglia sia stata abbassata a 62 dal Ministro dell’Interno Matteo Salvini che considerava il primo limite “decisamente troppo alto.”

Non solo. Il progetto di legge del governo, che con buona probabilità entrerà in vigore nel 2019, prevede anche la possibilità di accedere ad una pensione di anzianità per coloro che hanno accumulato 41 anni di contributi, senza tenere conto questa volta dell’età anagrafica. Questa possibilità risulta indubbiamente più “generosa” rispetto a quella prevista dalla Legge Fornero, che invece per la pensione richiedeva 42 anni e 10 mesi di contributi (41 e 10 mesi per le donne), indipendentemente dall’età, oppure 67 anni (con l’assegno di vecchiaia.)

Questa nuova normativa, secondo le dichiarazioni di Salvini raccolte da Panorama, dovrebbe ottenere un duplice scopo: se da un lato, infatti, l’obiettivo è indubbiamente abbassare l’età pensionabile per accontentare le richieste dei moltissimi dipendenti alla soglia della tanto agognata pensione, dall’altro con questa legge si spera di favorire l’inserimento dei giovani del mondo del lavoro.

Ma funziona veramente così? Abbassare l’età pensionabile permette veramente una riduzione della disoccupazione giovanile? Secondo una recente analisi di due economisti (Vincenzo Galasso e Tito Boeri) riportata su Panorama, la risposta sarebbe negativa. Gettando un occhio a dati, infatti, Galasso e Boaeri hanno notato che i Paesi con un tasso di occupazione giovanile tra i più alti, pari a 2 o 3 volte la media europea, (come Olanda, Germania, Danimarca o Finlandia), mantenevano comunque un’età pensionabile abbastanza alta, più di Paesi in difficoltà come Italia e Spagna.

Il meccanismo infatti non è automatico: il mercato del lavoro non funziona esattamente come la sala d’aspetto di un medico, in cui appena esce qualcuno si crea automaticamente un posto libero all’interno per chi è fuori ad aspettare. Le variabili e gli inconvenienti da calcolare in aggiunta a questa visione semplificata delle cose sono sono numerosi e complessi, ad incominciare – innanzitutto – dai contributi. Mandando molta gente in pensione prima del tempo, infatti, si renderebbe necessario pagare un numero più elevato di pensioni. Come? Aumentando i contributi e le spese per chi è ancora in attività. Un problema questo che con molta probabilità, suggeriscono gli econonomisti, ricadrebbe proprio su quei giovani che con questa normativa si vorrebbe aiutare; giovani che dovranno fare i conti con un debito pubblico in aumento, con un incremento del costo del lavoro e con una conseguente diminuzione delle nuove assunzioni.

Nonostante i nobili intenti sembra dunque che l’approvazione di questa Quota 100 potrebbe portare a danni molto maggiori di quanti non siano i benefici effettivi e che, ancora una volta, a farne – letteralmente – le spese potrebbero essere i giovani, un po’ troppo trascurati e messi da parte a beneficio delle solite vecchie generazioni.

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