L’egualitarismo dei Kutse. Una società senza ricchi né poveri

“Con socialismo intendo una società senza classi, in cui lo stato è sparito, la produzione è cooperativa, e nessun uomo ha poteri economici o politici sugli altri”

Dwight Macdonald

Il giorno 25 settembre, Luigi Di Maio, leader del Movimento 5 Stelle e attuale ministro del lavoro, ha dichiarato in diretta televisiva che riuscirà ad “abolire la povertà”.
Come si può raggiungere un tale obiettivo?
Te
cnicamente, abolire la povertà significa abolire anche la ricchezza, poiché vuol dire abolire la diseguaglianza economica. E questo, a sua volta, passa per l’abolizione della diseguaglianza sociale. A conti fatti, abolire la povertà significa livellare le disuguaglianze sociali. Non si tratta di una novità all’interno del panorama politico-ideologico occidentale. Anzi, è sicuramente il fine regolativo-utopico del socialismo marxista, ovvero una società senza classi.

Luigi Di Maio

Per capire se, anche solo teoricamente, è possibile giungere ad una società siffatta, bisogna forse verificare se esempi di questo tipo siano mai effettivamente esistiti.
In ciò l’antropologia è uno strumento utile, ed essa dice anzi che società assolutamente egualitarie, in cui non vi è alcuna gerarchia sociale, non solo sono esiste, ma esistono ancora. Certo, si tratta quasi sempre di esempi “degenerati” di società, di livello pre-tribale (per la precisione, in antropologia si definiscono “bande”). Sono gruppi minuscoli di uomini, basati sulla caccia e sull’agricoltura rudimentale. Di solito non superano il migliaio di membri, e possono arrivare anche alle poche decine.
Vivono sempre in zone remote e isolate dalla civiltà (foreste, deserti, montagne etc), perciò trasporre questo tipo di organizzazione sociale all’Occidente post seconda rivoluzione industriale è quantomeno azzardato. Tuttavia, la semplice esistenza di questi esempi dimostra che in linea di principio l’idea di Di Maio è praticabile, anche se molto probabilmente non come lui progetta. Qui, in particolare, si vuole descrivere una di queste bande egualitarie pre-tribali, ovvero i Kutse del deserto del Kalahari, in Botswana.

I Kutse sono una comunità piccolissima, composta da meno di duecento individui, divisi in “gruppi” a ognuno dei quali è assegnato un campo. I campi sono disparati, in numero variabile nel tempo (fra la decina e la trentina) e dalle dimensioni diverse. La dimensione dei campi non costituisce tuttavia un discrimine gerarchico fra la popolazione, come non lo costituisce il numero di strumenti e/o oggetti e capi di bestiame posseduti (capre). Queste variazioni sono infatti del tutto casuali, o meglio “naturali”: grandi gruppi allargati coltivano campi più grandi e posseggono più beni, mentre gruppi più piccoli si occupano di campi più piccoli. Tutti i gruppi sono però allo stesso livello, e anche la loro dimensione è casuale. Un gruppo si ingrossa infatti spontaneamente, rispetto alla basilare famiglia nucleare, semplicemente con la presenza di familiari più distanti (nipoti, zii, nonni) e di amici non consanguinei ma così cari da essere considerati a tutti gli effetti “di famiglia”. Tutti i Kutse sono, d’altronde, accomunati solo dal fatto che si sentono in qualche modo legati parentalmente (molti parlano persino dialetti diversi).

Mappa del Botswana

Si vede bene che l’egualitarismo è qui profondo e radicato. Ulteriori prove di ciò sono costituite dall’assenza assoluta di guide politiche di ogni tipo. Anche le famiglie non sono clan, e perciò non hanno un capoclan. L’unica eccezione è data dal discendente del capostipite Kutse, colui che per primo occupò l’area, proveniente da una popolazione circostante (i Mokgalagadi). A esso è comunque solo riconosciuta una riverenza puramente formale e nessuna reale autorità.
Persino nelle battute di caccia, l’organizzazione strategica è variabile e affidata a decisioni prese di volta in volta. I più bravi cacciatori diventano ovviamente più carismatici, ma non danno ordini.

Queste battute di caccia non sono svolte dai singoli gruppi, ma da abitanti di gruppi diversi che insieme costituiscono una “rete di condivisione”. Non essendovi alcuna economia commerciale, né monetaria né di baratto, né fra Kutse ed estranei, né fra Kutse e Kutse, la condivisione disinteressata diviene infatti il sistema che tiene insieme questa società, permettendone e rafforzandone i legami egualitari tra individui.
I bottini di caccia sono comuni e vengono ripartiti fra tutti i membri della singola rete.
Tali reti si formano tramite relazioni di affetto e amicizia e non hanno, come i gruppi, alcun potere decisionale.
All’interno di esse non vi sono solo gli uomini cacciatori, ma anche le loro mogli – che accudiscono i propri figli insieme in comunità – e i loro parenti più vecchi. Tutti questi diversi individui di una rete si trovano spesso fra di loro, mangiano e allevano le capre assieme.

È indubbio che, come già detto, è proprio questo sistema di condivisione e cooperazione a mantenere in vita i Kutse senza una gerarchia stratificata, ed è forse questa la base per costruire qualcosa di anche solo lontanamente simile nell’Occidente avanzato.

Fonti:                                     Immagini:
Rainews                               Copertina
Susan Kent,                          Sopra (1)
Sharing in an Egalitarian     Sopra (2)
Kalahari Community”

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *