Finta autenticità e il dramma del turista

 “I turisti non sanno dove sono stati. I viaggiatori non sanno dove stanno andando.” Paul Edward Theraux

Tra safari in Africa e crociere in giro per il pacifico, l’industria turistica è sempre alla ricerca di “veri indigeni” e “esperienze” autentiche a portata di borsellino. A volte, però, i “veri indigeni” sono anche più furbi.

Il turista occidentale è spesso alla ricerca di viaggi “immersi nella natura” dove poter incontrare popolazioni indigene che si esibiscano in rituali bizzarri, curiosamente “spirituali” e intrisi di quel gusto esotico che tanto stuzzica palato europeo.
Ebbene, ciò che il turista vuole, spesso è proprio ciò che trova.
Si parla, infatti, di “messinscena dell’autenticità” per trattare quei fenomeni in cui i nativi di una località di viaggi recitano davanti ai visitatori la parte degli “indigeni primitivi”.

L’immaginario comune di una popolazione “indigena” è infatti creato dall’arte e dalla cinematografia, ma anche dai documentari più eruditi. Allo spettatore non piace vedere come il proprio immaginario sotto accusa: ogni etnia deve avere e mantenere dei costumi specifici, delle danze appropriate, degli strumenti “artigianali” e deve presentarsi come intrinsecamente “diversa” dalle altre. I turisti rimangono delusi se vedono che la “tribù” o i “selvaggi” che stanno visitando usano bottiglie di plastica, indossano Nike o lavorano nella città vicina. Per questo motivo, quando un luogo diviene meta turistica, non è raro che si venga a stabilire una dinamica in cui le persone del luogo decidano di esibirsi e di dare così agli stranieri lo spettacolo che cercano.

Si sarà sentito parlare di villaggi Masai costruiti secondo le regole e le aspettative occidentali: si tratta di ambienti in cui i nativi, effettivamente Masai, offrono un immersione nell’africa “autentica”, esibendosi in cerimonie e illustrando vari aspetti della vita tradizionale Masai. Eppure, finito l’incanto, potrebbe capitare di notare un “primitivo indigeno” far scivolare fuori dalla tunica un cellulare. Si tratta di una truffa? In un certo senso sì, ma allo stesso tempo si potrebbe ragionare che ogni parte della cultura è effettivamente “artefatta” e “finta autenticità”; dopotutto la messinscena di cui si è parlato è tecnicamente una parte della cultura Masai, una parte che è stata elaborata proprio per reazione ad un turismo che cerca “il selvaggio” e “il primitivo”.

Come i Masai “tradizionali” appaiono ai turisti.

Ad Haiti può capitare di osservare le cerimonie della cultura Voodoo. Nelle grandi città, queste danze sono eseguite più per il diletto dei visitatori che per i locali, e pertanto la loro struttura rispetta le necessità e le tempistiche di una giornata di vacanza: sono esibizioni relativamente brevi, spumeggianti e dalla simbologia lievemente caricaturale. Nelle campagne, invece, le danze Voodoo possono durare molte ore e seguono un linguaggio più variegato, sfumato e sicuramente molto meno ovvio. Si tratta di uno dei modi in cui il turismo trasforma una cultura ed è bene notare che è riduttivo dire che si tratta di prodotti “falsi” o “inautentici”, perchè dopotutto con la stessa logica, tutto potrebbe essere dichiarato “falso” e “inautentico”. Semplicemente è irrealistico fare turismo se si pensa di sapere già chi si va a visitare.

 

 

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