Quel mezzo grado che può distruggere il pianeta

“L’indifferenza regna sovrana e colpisce tutte le categorie di persona: è più violenta della violenza stessa”
Liliana Segre

Secondo il rapporto sul cambiamento climatico dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) dell’ONU diffuso il 7 ottobre l’umanità non ha più tempo da perdere. Nei prossimi dodici anni dovrà cambiare in modo sostanziale il proprio stile di vita per evitare che l’aumento della temperatura media globale sia superiore a 1,5 °C. Basterebbe infatti mezzo grado in più per mettere in pericolo la vita di milioni di persone.

Quale sarebbe la differenza tra un aumento di 1,5°C e uno di 2°C? Nel primo caso morirebbe il 90% della barriera corallina, nel secondo il 98%. Il livello del mare salirebbe di 40 cm nel primo e di 50 nel secondo. Se la Terra si scaldasse di quel mezzo grado Celsius in più in un prossimo futuro, la vita di centinaia di milioni di persone potrebbe subire effetti devastanti: raddoppierebbe il numero di persone che non hanno accesso sicuro ad acqua potabile, aree ancora più ampie di Africa sahariana e sub-sahariana, Paesi mediterranei, Europa Centrale e America del Sud soffrirebbero la fame, crescerebbero il numero e la diffusione di malattie favorite dalle alte temperature e la produttività di granturco, riso e grano sarebbe dimezzata, rendendo riso e grano meno nutrienti.

Pur trattandosi in entrambi i casi di un enorme quantità di inquinamento, quel mezzo grado non é solo un limite-soglia ambientale, ma un termine di discussione, che le organizzazioni per la tutela dell’ambiente hanno fissato nel 2009, dopo un lungo dibattito con i leader politici mondiali. Un aumento della temperatura globale simile non sembrerebbe nemmeno lo scenario peggiore possibile: continuando con le emissioni di CO2 attuali, il termometro potrebbe arrivare a registrare fino a 4,8 gradi in più rispetto ai livelli pre-industriali entro il 2100.

Il 1.5 Degree Report é il frutto della sintesi di più di 6000 studi scientifici sui cambiamenti climatici e sulle normative per la tutela dell’ambiente in vigore da parte di 133 autori diversi. La sua redazione é iniziata nel 2015, quando i diplomatici intenti a negoziare gli Accordi di Parigi sul Clima avevano richiesto una documentazione approfondita e aggiornata. Il documento contiene un appello ai leader mondiali: per contenere l’aumento di temperatura sarebbe necessaria ”una forma di governo multilivello responsabile che includa enti non statali come l’industria, la società civile e le istituzioni scientifiche”. Occorrerebbe dunque consultare scienziati, enti specializzati e cittadini oltre ad imprese e lobby industriali, ma sembra difficile che la raccomandazione venga accolta da alcune delle principali figure politiche coinvolte. Il presidente Trump ad esempio, nonostante gli Stati Uniti abbiano sottoscritto gli Accordi di Parigi, che prevedono cambiamenti secondo il 1.5 Degree Report ancora insufficienti, ha recentemente rescisso l’impegno preso.

 

 

Ma che cosa chiede precisamente il report? Si tratta di un cambiamento notevole per l’umanità: perché l’aumento di temperatura rimanga sotto i 1,5°C le emissioni di CO2 devono raggiungere entro il 2050 lo zero netto. Si tratta di una quantità che solo nel 2017 era stata pari a più di 32 miliardi di tonnellate. Per raggiungere l’obiettivo, spiega durante una conferenza stampa Jim Skea, co-presidente del Working Group III dell’IPCC, sarebbero necessari un taglio del 45% di CO2 entro il 2030, una drastica riduzione dell’uso di combustibili fossili entro la metà del secolo e lo sviluppo di una tecnologia capace di rimuovere l’anidride carbonica dall’atmosfera, attualmente esistente solo in via sperimentale.

In concreto, si propone una vera rivoluzione: le energie rinnovabili e “pulite”, come quelle eolica, solare e quella legata ai biocombustibili, devono diventare la forma di produzione energetica dominante, soppiantando l’uso di carbone e combustibili fossili. Si tratta di un passo avanti davvero difficile da realizzare: il settore delle energie rinnovabili, per quanto in forte espansione, non ha ancora maturato una crescita abbastanza rapida da riuscire a sostituire le fonti di energia tradizionali in tempi così brevi. Si rende inoltre necessario ripensare il modo in cui avvengono gli spostamenti (l’uso di arei, auto e navi di carico su larga scala va enormenente ridotto, vanno limitati gli spostamenti individuali in auto e resi maggiormente accessibili i mezzi pubblici a energia rinnovabile o non a motore) e occorre incoraggiare la riforestazione e la ricostituzione di ecosistemi naturali minacciati, cambiando i metodi agricoli e di allevamento.

Non sarà sicuramente un compito facile: secondo il report questi cambiamenti “non hanno alcun precedente storico documentato”. Mobilitarsi intanto diventa sempre più urgente: gli inaspettati picchi di temperatura dell’estate 2018 nell’Artico e mutamenti inauditi come il rallentamento della Corrente del Golfo rivelano che il cambiamento climatico non é un processo lineare e prevedibile.

Il destino della Terra sarà determinato a dicembre dai membri delle Nazioni Unite, che decideranno come e quando attuare le modifiche proposte durante la riunione della United Nations Framework Convention on Climate Change in Polonia.

 

 

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