Il nascondino: solo un gioco da ragazzi?

“I bambini non sono mai così seri come quando giocano”

Michel de Montaigne

Guardando dei bambini praticare il nascondino, probabilmente, non si sarebbe affatto portati a pensare che quegli allegri infanti, mentre si cercano e rincorrono l’un l’altro, possano costituire degli interessanti oggetti di studio. Si tratta solo di un gioco, in fondo.
Eppure questa prima impressione sarebbe troppo precipitosa: l’attenzione verso attività ludiche come il nascondino, in realtà, ha caratterizzato, soprattutto dalla seconda metà del Novecento in poi, gran parte delle scienze umane, dalla psicologia cognitiva alla sociologia, dall’antropologia alla filosofia.

Un bambino che gioca a nascondino

Un’osservazione banale antropologico-storica è che il nascondino, più di tanti altri giochi, sembra essere ubiquo, sia nello spazio che nel tempo; e dove vi è una costante culturale, vi è sempre un fenomeno interessante, che potrebbe manifestare tratti unificanti le varie etnie, in certa misura caratteristici della natura umana.
La prima testimonianza storiografica ufficiale risalirebbe a Giulio Polluce, retore greco del secondo secolo d.C., che in uno dei suoi testi si riferisce al gioco chiamato “apodidraskinda”, descritto in maniera simile al nascondino.
Ma vi sono buone ragioni per credere che in realtà quest’ultimo sia molto più antico, dato che non è presente solo in Occidente, ma in tutto il mondo (in Israele si chiama “machboim”, in Corea del Sud “sumbaggoggil”, in Romania “de-av-ati ascunselea”).

Cosa rende questa attività fanciullesca tanto diffusa da poter essere ritenuta universale?
Essa può essere analizzata secondo la prospettiva di George Herbert Mead, psicologo e sociologo statunitense, vissuto nella prima metà del Novecento. Egli riteneva che l’autocoscienza del sé si forma, nei bambini, attraverso il gioco, in quanto questo permetterebbe all’infante di “assumere il ruolo dell’altro” e di inserirsi così gradualmente in una struttura sociale complessa, articolata appunto in compiti, in “parti” differenti di una scena.
Come il gioco si profila nei mammiferi soprattutto quale allenamento alla caccia e alla difesa, così nei cuccioli d’uomo esso permette un processo di apprendimento dello stare in società. Tale processo avviene per Mead in tre stadi. Il primo è lo stadio della mimica, che dura fino ai 2-3 anni di età, in cui il fanciullo si limita a scimmiottare gesti e parole degli adulti (soprattutto dei genitori), senza però comprendere il significato delle proprie azioni.
Il secondo, fino ai 6-7 anni, è quello del gioco a due ruoli, cioè del livello più basilare di interazione sociale. Di solito, il primo di questi semplici giochi a essere messo in atto, in casa, è il fingere di essere la mamma o il papà, magari con una bambola o con fratelli e sorelle.
Il terzo e ultimo stadio è quello del gioco di squadra, organizzato in più ruoli eterogenei, che il bambino deve essere in grado di comprendere e di assumere tutti, ponendosi nella prospettiva di volta in volta di un punto di vista diverso.

George Herbert Mead

Il nascondino si può sicuramente inserire nella seconda categoria enumerata. Esso infatti comporta la presenza di soli due ruoli (il cacciatore e il cacciato) da assumere scambievolmente. La sua generale diffusione si potrebbe dunque spiegare con il fatto che è un gioco estremamente semplice, in cui i bambini possono trovare un mezzo facile e immediato di proiezione sociale efficace. In sostanza, esso funziona bene come primo approccio alla interazione intersoggettiva, che i piccoli devono imparare pian piano a praticare.

Fonti:                                         Immagini:

Britannica                                 Copertina

Sociology in focus                   Sopra(1) 

.                                                         Sopra(2)

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *