“Lavoratori nascosti”: l’economia sommersa in Italia

“Dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere”

Gandhi

Il lavoro in nero è una piaga che affligge l’Italia da decenni, e che con la crisi economica degli ultimi anni non ha fatto altro che crescere e diffondersi. Sono più di tre milioni i lavoratori che ogni anno si nascondono al fisco non pagando le tasse, danneggiando invece tutte quelle aziende che decidono di vivere nella legalità. 

“Economia sommersa” è un’espressione utilizzata per indicare tutte le attività economiche e le transazioni che si sottraggono alle rilevazioni ufficiali della contabilità nazionale, alla misurazione del Prodotto Interno Lordo (PIL) e, in generale, alle normative fiscali del Paese. Comprende tutte le attività economiche legali non dichiarate al fisco (come, ad esempio, la vedita in nero, i compensi sulle prestazioni senza fattura fiscale, il lavoro in nero, con dipendente non registrato) e tutte le attività economiche illegali, quali gioco illegale o vendita di stupefacenti.

Che in Italia il lavoro in nero fosse un’emergenza sulla quale intervenire con rapidità non è mai stato un mistero, ma forse adesso la necessità di intervenire si fa ancora più impellente: le ultime indagini Istat pubblicate lo scorso 12 ottobre con riferimento al periodo 2013-2016 rivelano che il valore aggiunto generato dall’economia sommersa raggiunge i 210 miliardi di euro, che corrispondono all’incirca al 12,4% del Pil.

Gli altri dati a disposizione sono stati resi pubblici dalla CGIA di Mestre e risalgono ad un periodo di poco precedente (2012-2015), ma le cifre rimangono comunque impressionanti.  Sono moltissimi, più di 3 miliardi, il lavoratori “invisibili” del Belpaese che sottraggono al fisco circa 42,6 miliardi ogni anno, un importo pari al 40% dell’evasione di imposta annua stimata dal Ministero dell’Economia.

Il fenomeno del lavoro in nero è stato indubbiamente accentuato dalla crisi economica degli ultimi anni, che ha indotto centinaia di migliaia di lavoratori ad accettare condizioni lavorative pessime ed irregolari. Come dichiarato dal Direttore Generale del Censis Andrea Toma: “La crisi ha prodotto un abbassamento della soglia di continuità, permanenza e stabilità del reddito e del lavoro che per molti si è tradotto in una rincorsa affannosa a ‘un lavoro a ogni costo’. Potremmo anche chiamarlo sommerso di sopravvivenza, visto che sono moltissimi i lavoratori che pur di lavorare accettano meccanismi irregolari, ma ad influire sul fenomeno c’è anche un’altra faccia della medaglia, quella dell’opportunismo delle imprese, che sfruttano a loro vantaggio la disperazione della gente”.

Non sorprenderà, conoscendo la condizione soco-economica del nostro Paese, scoprire che la maggior parte dei “lavoratori nascosti” si trovi nelle Regioni a Sud della penisola. Al primo posto vi è la Calabria, con 146 mila irregolari che producono un Pil “nero” pari al 9,9% di quello regionale, il che si trasforma in 1,6 miliardi di entrate mancate per la Regione. Il secondo ed il terzo posto del podio sono rispettivamente occupati dalla Campania e della Sicilia, mentre tra le regioni più virtuose si distinguono il Veneto e la Lombardia.

La CGIA, nella sua ricerca, ha tentato di mettere in evidenza non solo come questo fenomeno pesi negativamente sulle casse dello Stato (e quindi sui servizi di cui usufruiscono quotidianamente i cittadini), ma anche come danneggi gravemente tutte quelle aziende e quei lavoratori che producono rispettando le regole. Queste realtà, infatti, subiscono la concorrenza sleale da parte di tutti gli imprenditori che decidono di assumere dipendenti in nero e, di conseguenza, non saranno mai in grado di proporre sul mercato beni o servizi a prezzi contenuti o, comunque, competitivi.

I dati dimostrano che l’economia sommersa danneggia, direttamente o indirettamente, tutti i cittadini. Consapevoli di ciò, è il momento di smettere di incolpare il “paese marcio”, sostenendo che tanto “le cose in Italia non cambieranno mai”. Il cambiamento deve partire da sé stessi, da semplici gesti quotidiani, come segnalare chi offre lavori in nero o richiedere l’emissione dello scontrino fiscale anche ai negozianti più reticenti. Lamentarsi non serve a nulla, chissà se qualche piccolo sforzo verso la civiltà, invece, potrà fare la differenza.

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