Fede e ragione nel Medioevo

“Coloro che intraprendono l’esposizione delle opere di Aristotele non ne debbono nascondere il pensiero anche se contrario alla Verità” 

Sigieri di Brabante

È narrazione scolastica alquanto diffusa che nel Medioevo cristiano tutte le scienze – compresa quella prima (la metafisica, in senso aristotelico) – fossero poco più che il rampollo della teologia, e che ogni verità di ragione dovesse passare sotto il vaglio e il giudizio assoluto della verità di fede (cioè del dogma episcopale, in ultima istanza).
Quanto c’è di vero in questa immagine?

È indubbio che un fondo di verità vi sia. Se ad esempio ancora nel 1277 (perciò verso la fine del Medioevo) il vescovo Tempier della diocesi di Parigi fece abolire l’insegnamento dei testi aristotelici di scienze naturali nell’università più prestigiosa di Francia, un palese tentativo di asservimento delle dottrine non teologiche al Verbo era sicuramente già in atto. Ciò che si può mettere in dubbio è quanto questi tentativi effettivamente funzionassero.

Per rimanere al caso della condanna di Tempier, estesa poi altrove da vari papi, le sue reali conseguenze furono nulle o addirittura opposte a quelle volute. L’insegnamento della fisica e cosmologia aristotelica si era già cominciato a diffondere e la sua perpetuazione fu inarrestabile. Ben presto in realtà ogni università cominciò a inserirle nei suoi corsi. Inoltre il divieto era per l’insegnamento pubblico, ma non per la lettura privata, che fu anzi probabilmente promossa dal fascino del proibito.

La propagazione delle scienze naturali aristoteliche promosse la ricerca e lo sviluppo di teorie indipendenti e innovative, di fatto del tutto laiche e distaccate dalla teologia.
Si può citare ad esempio Giovanni Buridano, il quale all’inizio del Trecento favoriva l’esperienza empirica diretta, tramite la quale elaborò primordiali teorie di cinematica (impeto, moto parabolico), precursori dell’opera di Galileo.
Ma la ricerca e l’affermazione di autonomia da parte delle scienze naturali era già avvenuta in precedenza: basti considerare gli esponenti della scuola di Chartres, i quali nel decimo secolo promuovevano e difendevano una visione del mondo da analizzare secondo la categoria causa-effetto, senza ricorrere all’intervento diretto divino nella spiegazione degli eventi al di fuori della creazione.

La teoria dell’impeto di Buridano

Per quanto riguarda la metafisica, all’epoca della condanna del ’77 vi erano sì pensatori come Tommaso d’Aquino, che ponevano la teologia quale scienza suprema, al di sopra di tutte le altre, perché esponente i principi dettati direttamente da Dio in persona; tuttavia vi era anche contemporaneamente un gruppo di dissidenti – i cosiddetti averroisti, perché associati alla figura del musulmano Averroè, commentatore di Aristotele – i quali rivendicavano l’indipendenza della filosofia dalla teologia, anche laddove le verità di ragione esposte dalla prima si scontravano con quelle di fede.
I loro testi furono non a caso banditi dallo stesso suddetto divieto di Tempier, insieme a quelli dello Stagirita: Sigieri di Brabante, il più radicale di tale gruppo, rivendica addirittura il diritto di professare e insegnare le dottrine aristoteliche dell’eternità del mondo e della mortalità dell’anima individuale, in palese contrasto con il dogma della creazione e della resurrezione della carne.

Averroè

Un altro averroista, poco conosciuto ma dalla posizione peculiare e interessante, è Boezio di Dacia.
Nel suo “De aeternitate mundi”, discutendo anch’esso appunto sull’eternità del mondo, egli opera una sorta di separazione di ambiti, quasi kantiana, fra ragione e fede. La filosofia muove da principi posti dalla ragione, e quindi è costretta a ritenere il mondo eterno, per l’assurdità di una sua creazione (quest’ultima sarebbe infatti un fenomeno che avviene in un certo momento, perciò nel tempo, ma antecedente ad ogni possibile evento, perciò fuori dal tempo).
La teologia muove invece da principi dettati dalla fede, che nulla ha a che fare con la ragione e che può e deve asserire ciò che per essa è assurdo (come ad esempio appunto la creazione divina del mondo).

Fonti:                                    Immagini:
-Franco Trabattoni,              Copertina
Stefano Simonetta,               Sopra(1)
“Filosofia e cultura,                Sopra(2)
Volume 1: l’antichità
e il medioevo”

-Boezio di Dacia,
“De aeternitate
mundi”

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