Trump e l’economia statunitense negli ultimi due anni

“L’America non sarà mai distrutta dall’esterno. Se vacilleremo e perderemo le nostre libertà, sarà perché noi abbiamo distrutto noi stessi”
Abraham Lincoln

Ormai le celebri Midterm Election statunitensi sono avvenute: è il momento giusto per fare il punto della situazione. Ecco una breve e generale panoramica dell’operato del Presidente Donald Trump in ambito economico e finanziario, dalla sua elezione fino ad oggi. 

Ogni quattro anni, negli Stati Uniti, due anni dopo le elezioni presidenziali, si svolgono le cosiddette Midterm elections, il consueto appuntamento degli americani con le urne volto a valutare i primi due anni di mandato del Presidente in carica. E così il 6 novembre i cittadini USA sono stati chiamati ad esprimersi riguardo all’operato di Donald Trump, una delle figure politiche più controverse degli ultimi tempi che ha scombussolato non poco l’America ed il mondo che conoscevamo. 

L’occasione è propizia per fare un bilancio sulle politiche messe in atto dal Presidente dal momento della sua elezione fino ad oggi. In questa sede ci si occuperà di raccontare le manovre più incisive dal punto di vista economico e finanziario; una trattazione che non ha la pretesa di essere esaustiva, ma piuttosto di fornire una panoramica che, seppur generale, sia chiara e comprensibile. 

La riforma fiscale

Nel dicembre del 2017 Trump, tra le feroci critiche dei Democratici (e anche di qualche Repubblicano), ha approvato una riforma fiscale da lui fortemente voluta, che tutt’ora rappresenta uno dei cambiamenti più radicali nella storia della politica fiscale degli Stati Uniti. Essa prevede un taglio cospicuo delle aliquote per le imprese (un massimo del 21%, contro il 35% precedente) e una riduzione delle tasse per i singoli individui, entrambe promesse dal Presidente in campagna elettorale. 

Questa manovra avrebbe lo scopo non solo di alleggerire la pressione fiscale nei confronti dei cittadini, ma anche di favorire gli investimenti da parte delle imprese, creando così nuovi posti di lavoro e facilitando la circolazione del denaro. Secondo quanto riportato su internationalbanker.com, pare però che le speranze dei Repubblicani riguardo alla Tax Cut sarebbero fin troppo rosee. Le agevolazioni fiscali per le aziende sono infatti destinate ad in gran parte ad innalzare il dividendo, favorendo così i CEO e gli imprenditori, purtroppo non i lavoratori stipendiati. 

La manovra, prevedendo una riduzione delle tasse anche per i “normali” cittadini, sembrerebbe essere favorevole alle classi sociali più svantaggiate, ed in effetti, per un primo periodo, questo potrebbe rivelarsi un reale beneficio. Sempre Internationalbanker però spiega che tutti i vantaggi sarebbero temporanei, ed andrebbero comunque ad annullarsi dopo il 2025. Una così ingombrante riduzione delle tasse porterebbe infatti ad un aumento esponenziale del debito pubblico, con la conseguenza che, entro il 2027, tutti i beneficiari di qualche riduzione subirebbero inevitabilmente un nuovo inasprimento della tassazione. (Secondo quanto riportato da borsaitaliana.it la manovra dovrebbe aumentare di 1.500 miliardi di dollari il deficit USA, includendo nei calcoli anche la crescita economica prevista dal Presidente e dal suo staff). 

Donald Trump

La guerra economica contro la Cina e gli scontri con l’Europa 

Al patriottico grido di American first, il Presedente Trump nell’arco del 2018 ha deciso di imporre pesanti dazi commerciali (che variano dal 10 al 25%) nei confronti di tutti i prodotti di importazione cinese, nel tentativo di rafforzare la propria posizione facendo leva sull’esistenza di un “nemico comune” e sul patriottismo tipico dei cittadini statunitensi i quali non vedono certo di buon occhio il colosso commerciale asiatico. 

Secondo gli osservatori dell’ISPI, questa mossa potrebbe essere più tentativo di acquisire consenso dal punto di vista politico, più che una vera e propria manovra economica. La Cina è percepita infatti dall’americano medio, fervente nazionalista, come un concorrente sleale in campo economico, teso nello sforzo costante di sottrarre agli USA le nuove tecnologie: il nemico giusto contro il quale scagliarsi per mantenere il sostegno del proprio elettorato. 

Il problema, in questo caso, è che Trump e la sua amministrazione potrebbero aver sottovalutato le serie conseguenze di queste decisioni. La dura risposta della Cina è inevitabile, e rimanere esclusi da una fetta di mercato così importante sul lungo periodo potrebbe danneggiare non poco tutti quegli imprenditori che vorrebbero invece lanciarsi sul mercato estero ampliando il proprio raggio d’azione. 

La violenta politica neoprotezionista in ambito economico non ha mancato di danneggiare anche l’Unione Europea, che ancora oggi vive sotto la minaccia della spada di Damocle imposta dagli USA: i dazi sulle importazioni di carbone, acciaio e sulle automobili. La strategia statunitense consiste nell’ammorbidire, tramite intimidazioni, le posizioni degli europei che, spaventati, aprano il settore agroalimentare alla concorrenza USA, settore al momento protetto da standard regolatori molto severi. Il tentativo di stipulare il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) con lo scopo di eliminare dazi e dogane, è fallito miseramente, ed ora la possibilità di un unico compromesso tra le due realtà politiche sembra parecchio complessa da raggiungere. 

Donald Trump e la cancelliera tedesca Angela Merkel

Il NAFTA 

Il North American Free Trade Agreement è un accordo stipulato tra Stati Uniti, Canada e Messico nel 1994, liberalizzando di fatti il commercio nel Nord America. Nell’agosto nel 2018 Trump ha dichiarato di volerlo modificare, escludendo temporaneamente il Canada e stringendo un accordo bilaterale con il Messico. 

L’accordo definitivo (USMCA: United States Mexico Canada Agreement) è stato recentemente raggiunto da tutte e tre le parti in gioco (il Canada è uno dei maggior partner commerciali USA, sarebbe stata una mossa fin troppo azzardata escluderlo completamente), con un’indubbia vittoria degli Stati Uniti (ancora una volta più politica che economica, essendo la rinegoziazione del NAFTA una delle promesse in campagna elettorale). 

Pur mantenendo le tariffe su alluminio e acciaio, gli USA sono riusciti ad ottenere l’imposizione dei criteri molto rigidi per considerare duty-free i prodotti di importazione da Canada e Messico, fattore che senza dubbio volge a vantaggio del governo americano. 

Conclusione 

Nonostante tutte le rischiose manovre messe in atto negli ultimi due anni, la popolarità di Trump si mantiene a livelli molto alti e l’economia statunitense si riconferma ancora oggi su binari positivi: il PIL è cresciuto del 4.2%, l’inflazione si è stabilizzata al 2.3%, mentre la disoccupazione al 3.7%. Numeri, questi, auspicati sotto l’amministrazione Obama che poi solo sotto il governo di Trump si sono materialmente realizzati, grazie anche ad una congiuntura economica favorevole.

Sempre secondo quanto riportato dall’ISPI (che a sua volta si rifà a noti statisti americani), il ciclo economico statunitense è destinato presto ad invertire la rotta, dirigendosi verso una fase di declino. 

L’imperante neoprotezionismo e la continua imposizione di dazi per penalizzare l’importazione di merci estere aveva lo scopo di favorire la circolazione di merci Made in USA all’interno del territorio nazionale, eliminando la concorrenza estera. Nel prendere questa decisione non si è però tenuto conto che questo inevitabilmente causa un aumento dei costi di produzione, che si riversano – ovviamente – sui consumatori: nell’arco di 12/18 mesi dall’imposizione dei dazi i prezzi cresceranno e la domanda diminuirà. 

Inoltre l’attuazione di queste manovre rende progressivamente le economie mondiali indipendenti da quella americana, che tenderà così ad isolarsi ed escludersi sempre di più dal contesto commerciale globale. 

La carne messa al fuoco da Donald Trump dal momento della sua elezione fino ai nostri giorni è veramente tanta, ciò che il futuro riserva agli Stati Uniti (e a tutto il mondo) è solo in parte prevedibile e dipende molto anche dai risultati delle oramai prossime Midterm elections. 

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