Il muro dell’omertà è stato abbattuto: la verità sulla morte di Stefano Cucchi

“-Quando smetterete di dire che siete caduti dalle scale?
-Quando le scale smetteranno di menarci”

Stefano Cucchi (Alessandro Borghi) in “Sulla mia pelle”

 

Sono passati 9 anni dalla morte di Stefano Cucchi e oggi si è giunti alla verità. Una battaglia che la sorella Ilaria ha combattuto non solo contro chi aveva incontrato Stefano in quei giorni ma anche contro l’omertà di uno Stato. 

Il 15 ottobre 2009 Stefano Cucchi viene arrestato insieme a un amico a Roma in seguito a una perquisizione che li trova in possesso di hashish e coca. Stefano viene portato nella caserma di via del Calice e trasferito in quella di Tor Sapienza nella stessa notte. Già dalle 5 del mattino del 16 ottobre non si sente bene e chiede le medicine per l’epilessia, ma gli vengono negate. Il medico del tribunale lo visita e si accorge dei dolori di Stefano ma egli dice di essere “caduto dalle scale”. La mattina del 17 ottobre viene disposto il ricovero al Sandro Pertini. Tra le numerose visite, la salute di Stefano peggiora e lui rifiuta la reidratazione chiedendo di vedere il suo avvocato. Stefano muore nella notte tra il 21 e il 22 ottobre.

Processo Cucchi. Udienza odierna ore 11.21
Il muro è stato abbattuto. Ora sappiamo e saranno in tanti a dover chiedere scusa a Stefano e alla famiglia Cucchi”

L’11 ottobre le parole di Ilaria Cucchi risuonano in tutti i quotidiani e notiziari.

Quel giorno il carabiniere Francesco Tedesco svela nel dettaglio gli avvenimenti del 15 ottobre 2009 e accusa i colleghi Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo del pestaggio di Stefano Cucchi.

In questi 9 anni il processo ha attraversato molti gradi di Giudizio: partendo dalla prima condanna per omicidio colposo ai sei medici dell’ospedale Sandro Pertini nel 2013, a un’assoluzione di tutti gli imputati per insufficienza di prove nel 2014, a un ricorso in cassazione contro questa sentenza perché “illogica e contraddittoria”, a perizie diverse sulla morte di Cucchi…

Ci chieda scusa chi ci ha offesi in tutti questi anni.
Ci chieda scusa chi in tutti questi anni ha affermato che Stefano è morto di suo, che era caduto.
Ci chieda scusa chi ci ha denunciato.
Sto leggendo con le lacrime agli occhi quello che hanno fatto a mio fratello.
Non so dire altro.
Chi ha fatto carriera politica offendendoci si deve vergognare.
Lo Stato deve chiederci scusa. Deve chiedere scusa alla famiglia Cucchi.” (Ilaria Cucchi sul suo profilo Facebook).

Ilaria Cucchi si riferisce anche alle parole del ministro Matteo Salvini che nel maggio 2018 disse: La sorella di Cucchi mi fa schifo, si deve vergognare. La storia dovrebbe insegnare. Qualcuno nel passato fece un documento pubblico, erano intellettuali sdegnati contro un commissario di polizia che poi fu assassinato”.

Al quale lei rispose: Caro Salvini, parliamone. Chi fa schifo sono coloro che per anni hanno taciuto, nascosto, mentito. Non certamente una sorella che nella maniera più rispettosa possibile ha preteso chiarezza”.

E Salvini aggiunse poi: “Io sto sempre e comunque con polizia e carabinieri. Se l’1% sbaglia deve pagare, anche il doppio. Però mi sembra difficile pensare che ci siano poliziotti o carabinieri che hanno pestato per il gusto di farlo.

Stando ai fatti di oggi e alle dichiarazioni di Tedesco, Cucchi e Di Bernardo iniziarono a discutere e ad insultarsi presso la caserma di Via del Calice e quest’ultimo e D’Alessandro cominciarono a colpirlo procurandogli ecchimosi e due vertebre fratturate.

Il caso Cucchi ha sollevato numerose polemiche da parte di Salvini e di altri riguardo al ruolo delle forze dell’ordine. Nonostante la famiglia Cucchi non abbia mai accusato l’Arma bensì abbia rivendicato il diritto a sapere la verità sulla morte di Stefano e a vedere i colpevoli puniti dalla Giustizia, molti hanno ritenuto di dover ribadire più volte il fatto che questo episodio non dovesse infangare “il sacrificio e l’impegno di migliaia di ragazzi e delle ragazze in divisa” (Matteo Salvini, celebrazione 40° anniversario della fondazione del Gruppo intervento speciale Carabinieri, Roma, 26 ottobre).

A queste parole ha prontamente risposto Ilaria Cucchi: I 100mila uomini e donne carabinieri che ogni giorno tutelano la nostra sicurezza sulle strade, nella lotta contro la criminalità comune e organizzata e per la tutela dell’ambiente, meritano che i loro comandanti e superiori perseguano con rigore ed espellano dall’Arma tutti coloro che ne tradiscono i valori violando la legge.
È sotto gli occhi di tutti come ciò non sia accaduto per l’uccisione di mio fratello Stefano.
Ne abbiamo pagato e ne paghiamo tutti ancora le conseguenze a distanza di 9 anni”.

Il caso di Stefano Cucchi è ormai conosciuto in tutta la penisola, per la grande forza mediatica che ha assunto e per la risonanza che la vicenda è riuscita ad avere tra la gente comune: tutti si sono immedesimati in questa storia (drammatica, assurda e a tratti inverosimile) che “sarebbe potuta capitare a chiunque”, in quel ragazzo e nella strenua battaglia di Ilaria. Ma se le parole dei giornali riescono a rendere consapevolmente distaccati riguardo all’accaduto, è grazie al film di Alessio Cremonini (“Sulla mia pelle”) che davvero si riesce a diventare parte di quel vissuto. Un film che parla di violenza, senza essere violento. Un film che fa sentire impotenti di fronte all’omertà generale di chi, invece, dovrebbe essere in prima linea dalla parte della verità, della Giustizia. Un film commovente, capace di insinuare la pretesa di giustizia, la volontà di cambiamento… perchè tutto questo non capiti mai più.

 

Con la collaborazione di Claudia Trebbi

 

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