Un’altra crisi economica nei prossimi anni: è possibile?

“La crisi non è finita. E’ come vivere in un videogame, compare un mostro, lo combatti, lo vinci, ti rilassi e subito spunta un altro mostro più forte del primo”
Giulio Tremonti, 2011, intervenendo alla conferenza ‘Nuovo mondo, nuovo capitalismo’

Sì, secondo quanto riportato dall’Economist. La testata ha recentemente dedicato un’intera sezione di uno dei suoi ultimi numeri ad approfondire cause, conseguenze e modalità con cui la prossima crisi potrà colpire le economie di tutto il mondo. 

Ben quattro sono state le recessioni economiche globali che il mondo moderno ha dovuto affrontare dal 1980 fino ad oggi: una all’inizio degli anni Ottanta, una nei primi anni Novanta, una agli inizi del Duemila ed una (la più celebre e devastante) nel 2008-2009. Con una cadenza abbastanza ritmata (una volta ogni dieci anni) il circolo virtuoso economico mondiale si interrompe: le famiglie spendono sempre meno denaro, le banche rifiutano di concedere prestiti, le imprese bloccano gli investimenti, il PIL si inverte, la disoccupazione cresce, l’economia si contrae fino a fermarsi. Quello appena descritto è il normale decorso degli eventi, e prende il nome di “ciclo economico”.

Essendo l’ultima crisi avvenuta nel 2008, secondo l’Economist “è solo questione di tempo” prima che a livello globale si percepisca una nuova ricaduta economica. Non sarà devastante come quella appena affrontata, ma non per questo si potrà sottovalutare: anche se di piccole dimensioni, una recessione economica potrebbe mettere in ginocchio l’Unione Europea, Stati Uniti o Giappone, paesi le cui economie non riuscirebbero facilmente a reggere il colpo. 

La causa sarebbe da ricercare, molto probabilmente, tra i problemi che stanno sorgendo e sorgeranno nei mercati dei paesi emergenti (problemi sorti proprio durante la precedente recessione del 2008). 

In quell’occasione, per cercare di salvare le economie, le banche centrali dei paesi sviluppati, (la FED, Federal Reserve statunitense, la banca centrale giapponese e la BCE) decisero di aumentare l’emissione di denaro nel tentativo di rilanciare investimenti e consumi, ma con la conseguenza di ridurre il valore dei tassi di interesse in tutto il mondo sviluppato. I grandi capitali si spostarono di conseguenza nei paesi in via di sviluppo alla ricerca di tassi di interesse maggiori. 

Ora che invece i tassi di interesse si sono alzati, e che il dollaro ha incominciato a riacquistare valore, si sta verificando il processo contrario: gli istituti, la FED prima fra tutte, desiderano che i capitali che prima circolavano in paesi esteri tornino ad arricchire il proprio territorio di origine. Questo rappresenta ovviamente un problema gigantesco per tutte quelle realtà che negli anni si sono pesantemente indebitate denominando il proprio debito in dollari (il cui valore cresce costantemente). Un esempio emblematico di questa situazione è la Turchia. 

Altri paesi, come invece la Cina, sono tutelati da questo punto di vista, perché sono stati in grado di accumulare immense riserve di valuta estera. I problemi per questo colosso, però, sono altri. Se infatti la crescita economica esponenziale (cosa non improbabile, data la difficoltà a mantenere certi ritmi molto a lungo) del suo PIL dovesse arrestarsi, ne risentirebbero in maniera ingombrante le economie di tutto il mondo, ad incominciare dalla propria. 

Cosa potrebbero fare, si chiede dunque l’Economist, le banche centrali in caso di scoppio di una nuova recessione? Le contromisure “standard” sono già tutte in atto: i tassi sono già al minimo e non possono essere ridotti ancor di più. Le risposte che si identificano sono ortodosse, ma potenzialmente efficaci: helicopter money (le banche che iniziano a depositare denaro direttamente nei contri dei cittadini) o finanziamento di infrastrutture e opere pubbliche per conto del governo. Tali manovre potrebbero risultare politicamente impopolari, ma si spera che le reazioni dei governi riescano a gestire al meglio questa situazione, quando si presenterà.

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