La psicologia dell’autoritarismo

“La forza e la debolezza dei dittatori è quella di aver fatto un patto con la disperazione della gente”

Georges Bernanos

Il 28 ottobre, una folla di autoproclamati fascisti, nostalgici del Duce, ha manifestato a Predappio, presso la tomba del “Lui”, in occasione dell’anniversario della marcia su Roma.
Un paio di settimane prima, in America, il leader dei Proud Boys, gruppo di estrema destra invitato al Metropolitan Republican Party di New York, ha minacciato un antifascista con una spada e ha celebrato l’uccisione di un socialista giapponese.

Cosa sta accadendo? Nulla di buono. Contro ogni logica e ragionevole previsione, si può forse parlare addirittura di ritorno al fascismo, o, in ogni caso, di ritorno a pericolose ideologie di violento autoritarismo.
Segnali di una deriva simile sono in realtà cominciati ad arrivare da qualche anno. La sorprendente vittoria dell’attuale presidente degli USA, Donald Trump, che ha a suo tempo contraddetto tutti i sondaggi elettorali, sembra riconfermarsi come uno di questi indizi, dopo che il partito repubblicano, di cui è leader, ha appunto appoggiato e sostenuto una squadriglia reazionaria come i Proud Boys.
Trump ha in fondo, fin dall’inizio, messo in atto una campagna che pare richiamare bene il modello delle politiche autoritarie occidentali del primo Novecento.

Donald Trump

Questo è quel che crede Dan P. McAdams, professore di psicologia presso la Northwestern University. Egli ha analizzato minuziosamente la figura del primo ministro statunitense – nell’ottica della psicologia evolutiva – per rappresentare razionalmente la sua scalata al potere e, in generale, per spiegare il proliferare dell’autoritarismo.
Nella sua visione, la psiche umana contempla principalmente due tipi possibili di rapporto gerarchico leader-seguaci.
Uno, il modello della dominazione sociale, è più antico, istintivo e primordiale, retaggio che si radica nella struttura dei gruppi di scimmie antropomorfe, da cui l’homo sapiens si è distaccato.
L’altro, il modello del prestigio sociale, è peculiare di quest’ultimo, che costruisce organizzazioni complesse, articolate in ruoli, mansioni e mestieri.

Tale secondo modello si fonda, appunto, sul prestigio che un individuo può raggiungere agli occhi degli altri membri della comunità, grazie alle sue capacità e ai risultati che dimostra di saper ottenere, rendendosi utile, prezioso e ammirevole. Esso presuppone un tipo di evoluzione non biologica, ma culturale, perché si intreccia con la possibilità di trasmettere e mantenere conquiste non genetiche, bensì tecniche, ottenute dai leader più dotati e carismatici e imitate dai loro seguaci. Si tratta di un modello meritocratico, sicuramente caratteristico dell’umanità. Ma altrettanto sicuramente, l’alternativa dell’organizzazione sociale fondata sul dominio non può essere totalmente eliminata ed è sempre pronta a ripresentarsi.
Il modello del prestigio è infatti sì più etico e razionale, e rende anche generalmente più felice la popolazione, non essendo coercitivo, ma permesso dalla spontanea stima dei seguaci; esso è però anche più fragile e generalmente meno efficiente, in quanto si affida alle capacità cognitive degli individui e non alla loro malleabile emotività, come fa invece il modello della dominazione, che sfrutta la paura e l’intimidazione.

Secondo McAdams, l’amministrazione di Trump rappresenta un esempio del primo modello (di dominazione), come tutte quelle che si incentrano su di una figura autoritaria. Il presidente degli USA si mostra infatti intransigente, rude, cocciuto e sordo alle opinioni altrui: questa sembra l’immagine che vuole far passare di lui. A pensarlo sono anche ministri di svariati paesi, che rimarcano la difficoltà di avere rapporti diplomatici con Trump.
Non si tratta di una novità. Dittatori come Hitler e “Lui” hanno assunto sembianze simili, severe, austere, impettite, a volte inquietanti.
Perché inscenare tali performance? Probabilmente per apparire forti, per “farsi più grossi” e incutere timore e sottomissione. È una legge vecchia quella dei maschi alfa del branco, che si fanno anch’essi più grossi – loro letteralmente, aizzando anche il pelo – per ottenere il rispetto degli altri membri: si pensi ai grandi gorilla, che si dimenano e urlano per mettere ordine nel gruppo. Poi si pensi di nuovo a Hitler e alle sue pose plastiche, qui sotto riportate. E infine si ritorni a Trump. Non sarà difficile cogliere costanti.

Le pose di Hitler

Cosa può portare la mente umana a lasciarsi sedurre da simili moine? La risposta di McAdams è: il pericolo. Quest’ultimo destabilizza, rende più impulsivi e quindi più manipolabili. È un meccanismo di difesa: ragionare richiede tempo, e spesso temporeggiare nella savana è mortale.
L’autoritarismo è quindi una risposta disperata ad una situazione disperata (una crisi economica mondiale ad esempio, che non a caso ha colpito nel ‘29 e nel 2009).
Si affida la propria pelle ad un salvatore, che appaia forzuto e saldo abbastanza da poter proteggere i suoi seguaci e rassicurarli; si idolatra qualcuno che sappia dare una ricetta rapida e pronta, per identificare quale sia il “bene” e quale invece il “male” da cui difendersi – un po’ come fanno i registi dei film western. È il principio del capro espiatorio: il leader deve dividere i buoni dai cattivi e indicare questi ultimi in un bersaglio facile, che funga da valvola di sfogo dell’ansia (gli ebrei, ad esempio, o gli immigrati); altrimenti, la paranoia pervade, nell’impossibilità di poter affidarsi con tranquillità alla certissima rettitudine del vicino di casa borghese, caucasico, eterosessuale e cristiano.
Tutte queste garanzie, in situazioni estreme, possono rivelarsi talmente fondamentali per la psiche, da essere consensualmente barattabili con libertà non poi così fondamentali, seppur ottenute in secoli di lotte sanguinose.

Fonti:                              Immagini:

La Repubblica               Copertina

Daily Beast                     Sopra (1)

Dan P. McAdams,          Sopra (2)
The Appeal of the
Primal Leader:
Human Evolution
and Donald J. Trump

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