Esperanto: la lingua come metodo di pace

“Saluton!”- ciao in Esperanto

L’esperanto è una lingua artificiale che si propone come campo franco per la comunicazione tra persone di lingue madri diverse; alla sua origine c’è l’intento di creare una comunità di parlanti pacifica e promotrice della collaborazione tra i popoli. Ma che fine ha fatto?

Nel 1887 il medico Ludwik Lejzer Zamenhof presenta a Varsavia una nuova lingua internazionale grazie all’edizione del “Unua libro” (Primo Libro); si tratta di un idioma da lui creato sulla base della grammatica delle lingue indoeuropee, nell’intento di costruire un’insieme di regole facili, intuitive e prive di eccezioni che siano quindi semplici da imparare ed utilizzare.
Siamo nella Belle Epoque europea: gli stati nazionali sono ancora intrisi degli ideali romantici, positivisti e nazionalisti; ogni popolo ha una propria lingua, una propria “nazione” concepita come luogo naturale di una cultura particolare e autonoma. Esiste però già un’élite di persone che viaggiano per l’europa, una comunità semi-cosmopolita di persone facoltose che si dilettano tra i piaceri dell’opulenza borghese del tempo. Sono individui istruiti, ricchi e tendenzialmente poliglotti: il prodotto delle università e della rivoluzione industriale che ora si ritrova ad oltrepassare i confini statali per ritrovarsi nei salotti dell’alta società.

Ludwik Lejzer Zamenhof

In un certo senso, l’esperanto nasce come tentativo di estendere questo particolare ambito della borghesia europea all’intera popolazione. La cooperazione sovranazionale generata da questa lingua di facile apprendimento, era pensata come un metodo per eliminare le rivalità tra le nazioni, creare un sistema di soluzione dei conflitti e finalmente ottenere una cultura comune e una pace duratura.
C’è chi pensa che l’esperanto è intrinsecamente generato dalla particolare situazione storica delle sue origini e che difficilmente avrebbe potuto navigare i secoli come Zamenhof avrebbe voluto. Effettivamente gli ideali di cooperazione, di pace e di cosmopolitismo si riveleranno abbastanza vani: l’Europa, presa dal nazionalismo e dalle ideologie identitarie è agli inizi di un’arco che la proterà a ben due guerre mondiali, l’antitesi degli ideali dell’esperanto.
Dopo lo iato bellico, poi, questa lingua troverà difficilmente spazio nel mondo duale della guerra fredda: l’europa poliglotta ha perso la sua centralità e la nuova superpotenza occidentale è completamente anglofona.
Che dire, poi, della contemporaneità? Piaccia o non piaccia, l’inglese è effettivamente la lingua franca del ventunesimo secolo, e anche se il mondo è sempre più globalizzato, il cittadino sempre più cosmopolita, non si sente il bisogno di un’altra lingua del genere.

Insomma, per molti la storia ha costretto l’esperanto a limitare le proprie mire espansioniste. Esiste però una comunità relativamente ampia di persone decise a mantenere viva la lingua e gli ideali di Zamenhof: si tratta di una popolazione di parlanti stimata tra i due e i cinque milioni di individui, un numero sicuramente sorprendente per una lingua artificiale. I più ferventi detrattori dell’esperanto hanno spesso accusato la lingua di essere priva di “spirito” o di “cultura”, ma in realtà esistono produzioni letterarie e moltissime traduzioni di opere in esperanto; esiste persino una ristretta cerchia di parlanti madrelingua che possono apprezzare gli innegabili vantaggi di una lingua semplice, funzionale e potenzialmente versatilissima che negli anni recenti sta in effetti acquisendo popolarità.
Sta probabilmente solo alla storia decidere le sorti dell’Esperanto.

 

 

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