La carne ed il costo di un’abitudine non ecosostenibile

“Non ci sono passeggeri sul “Battello Terra”. Siamo tutti membri dello stesso equipaggio”
Marshall McLuhan

 

La produzione di carne nel mondo é aumentata rapidamente negli ultimi 50 anni: quella del 2017 risultava quattro o cinque volte più consistente di quella del 1961. Una crescita esponenziale che sta avendo un notevole impatto ambientale: per fare fronte ad un mercato globale sempre più ampio l’allevamento intensivo di bestiame sta consumando sempre più risorse. Occorre invertire la tendenza il prima possibile. 

Sembra che l’umanità non sia mai stata così affamata di carne. Anche nazioni e continenti che in precedenza non rientravano tra i principali agenti si inseriscono con sempre maggiore prepotenza in questo settore del mercato alimentare: attualmente il maggior produttore di carne del pianeta risulta l’Asia, da cui proviene il 40-45% della produzione totale, superando anche Europa e Nord America. Oggi l’Asia immette sul mercato una quantità quindici volte maggiore rispetto a quella del 1961 e nonostante la riduzione significativa della propria quota nel mercato globale, anche Europa e Nord America non ne hanno mai prodotto tanta: dal 1961 ad oggi la produzione di carne é raddoppiata nella prima e quasi triplicata nella seconda.

L’impennata del pericoloso trend non é esclusivamente ascrivibile alla crescita esponenziale della popolazione mondiale: l’umanità sta assistendo al cambiamento radicale delle abitudini alimentari di intere nazioni. Da status symbol e bene di lusso, la carne, responsabile solo del 18% del fabbisogno calorico umano, sta passando a bene di consumo quotidiano anche nelle regioni dall’economia emergente, che aspirano alla stessa qualità di vita dei Paesi occidentali. Rispetto al 1961, il consumo pro capite di carne é aumentato di quindici volte in Cina e di quattro in Brasile, ma non é variato significativamente in India, dove i regimi alimentari latto-vegetariani rimangono dominanti.

Nella media globale il consumo pro capite é aumentato di circa 20 kg l’anno: nel 2014 in media ciascuno consumava circa 43 kg di carne l’anno. Il raddoppiamento indica che la produzione globale cresce ad un ritmo molto più rapido dell’aumento della popolazione mondiale, ma il consumo rimane più alto nei Paesi del cosiddetto Primo mondo, dove non sono stati rilevati significativi cambiamenti del trend nell’arco degli ultimi 50 anni: l’europeo medio mangia 80 kg di carne l’anno, più del doppio della quantità raccomandata dalle autorità nazionali della sanità, mentre il nord americano medio 110.

Non si tratta di un cambiamento senza conseguenze: l’allevamento costituisce oggi la maggiore fonte di emissioni di anidride carbonica e di inquinamento di acqua e terra, sottraendo sempre più spazio anche alle alternative dato che l’80% della terra coltivabile del pianeta viene sfruttata attualmente per l’alimentazione del bestiame.

Un recente studio della Rise Foundation avverte che entro il 2050 sarà necessario dimezzare la produzione di carne e derivati animali dal momento che il pianeta non é piu in grado di sostenere questi ritmi e sarà anche necessario diminuire del 74% le emissioni di gas serra e del 60% l’uso di fertilizzanti a base di nitrati. Janez Potocnik, ex commissario europeo per l’ambiente, dichiara: “Se i policymaker non affrontano ora il problema, gli allevatori pagheranno il prezzo della loro negligenza. Proteggere lo status quo ora significa creare un disservizio al settore”. Se non si interverrà, secondo le previsioni più recenti, nei prossimi decenni il settore agroalimentare produrrà da solo il 52% delle emissioni di gas serra del pianeta, il 70% delle quali provenienti solo dalla produzione di carne e derivati animali.

La riforma dell’Unione Europea sulle politiche agricole comunitarie potrebbe facilitare la transizione dall’allevamento industriale a forme di produzione più ecosostenibili, conferma Marco Contiero, direttore della sezione di Greenpeace Europa dedicata al settore agricolo. Attualmente l’allevamento industriale contribuisce già al 12-17% delle emissioni di gas serra europee ed é tra le maggiori cause di inquinamento da nitrogeno nelle acque, con un costo per l’Unione Europea che supera i 320 miliardi annui.

Incentivare modalità di produzione ecosostenibili però sembrerebbe non bastare. Pete Smith, in passato influente relatore dell’ Intergovernmental Panel on Climate Change, spiega: “Soltanto una significativa riduzione del consumo di carne e latte ci permetterà di creare un circuito alimentare adatto al futuro, per il bene dell’umanità e del pianeta nel suo complesso. Produrre gli stessi tipi di cibo che consumiamo ora, anche se lo facessimo in modo piu sostenibile, non potrà garantire la diminuzione dell’impatto ambientale necessaria per proteggere il pianeta per i nostri figli e i loro discendenti”

Lo conferma anche Alan Buckwell, autore del report di Rise Foundation menzionato: “Parliamo di meno pasti a base di carne, porzioni minori e di passare a diete flexitarian senza essere dogmatici. C’é bisogno di campagne soft da parte della sanità pubblica ma sono necessari anche messaggi più scomodi”. Per Buckwell infatti il passaggio non avverrà spontaneamente: “Servono forti segnali da parte del governo perché la proposta della nuova policy includa misure che scoraggino il consumo di derivati animali dannosi per la salute e per l’ambiente”

Buckwell suggerisce tasse mirate su pratiche dannose, sostituti della carne per consumatori a basso reddito e la costituzione di un regime di fondi per consigliare, ri-addestrare e assumere lavoratori nelle fattorie e negli enti per il benessere animale.

 

Fonti: .                         Credits immagini:

Guardian .                    Copertina

Greenpeace.                Immagine 1

Growth.                         Immagine 2

Meat

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