Costruire l’impossibile? Un’apologia del pensiero utopistico

“Non penso che le cose dovranno andare meglio, ma l’idea che potrebbero è di decisiva importanza”

Theodor Adorno e Max Horkheimer, “Verso un nuovo manifesto”

“Utopia” è una parola coniata da Tommaso Moro, per identificare l’ideale città insulare, descritta nella sua omonima opera cinquecentesca. Oggi il termine è in generale impiegato con il significato di una visione, solitamente sociale, raffigurante una pretesa perfezione cui è doveroso tendere. Il modello del pensiero utopistico, cioè quello volto appunto alla rappresentazione di utopie, ha avuto grande fortuna nella filosofia etico-politica, dalla “Repubblica” di Platone alla società comunista senza classi di Karl Marx. Tuttavia, i tragici eventi storici, che hanno visto, nel primo novecento, sia quest’ultimo progetto, in Russia, sia quello nazista, in Germania, trasformarsi in distopie apocalittiche, hanno portato la riflessione post guerre mondiali a guardare con forte riserva alle utopie.
Si può davvero pensare di raffigurare la perfezione? E come dovrebbe realizzarsi un ideale, qualcosa di irrealizzabile per definizione? Non vi è il rischio che nel tentativo di costruire l’impossibile, il fanatismo trionfi sulla ragione, con conseguenze sempre devastanti?

 

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Tommaso Moro

Tutte queste critiche, e in particolare l’ultima, sono state fatte soprattutto da Karl Popper, che in “La società aperta e i suoi nemici” stigmatizzò le utopie e le legò a doppio filo con i totalitarismi, vedendo di questi dei predecessori in Platone, in Moro e anche in Marx.
Secondo il filosofo austriaco, il pensiero utopistico presuppone appunto di “determinare il fine ultimo politico, lo stato ideale, prima di compiere qualsiasi azione pratica”. Solo quando si ha una “planimetria” articolata della città da edificare, si può passare a costruirla. Per Popper ciò induce inevitabilmente ad un governo forte e autoritario di pochi, poiché l’aderenza al modello di perfezione deve essere assoluta e deve assumere i contorni di una fede religiosa: non appena la razionalità non basta, scatta l’imposizione violenta.
Ma che dire se l’approccio all’utopia andasse invece riconsiderato radicalmente? Che dire se una diversa luce, una volta stagliata su di essa, potesse farne apparire aspetti spesso trascurati e traviati, in modo tale da rendere il pensiero utopistico, se ben portato avanti, assolutamente desiderabile dal punto di vista pratico? In fondo, in questo momento storico di spaesamento e disperazione, la costruzione di un nuovo ideale di speranza per l’umanità sembra un compito davvero inderogabile per la filosofia.

Si consideri innanzitutto questo: nonostante sia pur vero che elementi autoritari siano presenti sia nella “Repubblica”, sia nell’isola di Moro, sia nella società marxista (almeno nella fase della “dittatura del proletariato”), questi elementi possono essere ricondotti alla generale cultura dell’epoca contemporanea agli autori. Essi sono “figli del loro tempo”, e d’altronde la riflessione metafisica si radica sempre in certa misura nel senso comune. L’accento andrebbe invece posto sugli elementi che si distaccano da questo senso comune, in cui i filosofi sono immersi, e sulla straordinaria modernità e – a tratti – preveggenza presenti nei loro testi.
Si pensi alla possibilità per le donne di governare, aperta da Platone nella sua opera, o alla giornata lavorativa di sei ore, caratterizzante i cittadini dell’Utopia di Moro, o alla lettura marxista, assolutamente attuale, dell’alienazione e dello sfruttamento del proletariato nella società capitalistica.
Lo stesso Marx, inoltre, sosteneva che era giunto il tempo per la filosofia di “cambiare il mondo”, dopo averlo interpretato. Similmente, Platone era ben cosciente di aver scritto di una società irrealizzabile, a cui bisogna solo avvicinarsi il più possibile, nell’azione politica. Anche Moro sembrava avere questa consapevolezza: il termine stesso “utopia” da lui ideato, deriva dal greco “οὐ” e “τόπος” e letteralmente vuol dire “non luogo”; inoltre, al narratore del suo testo, Raffaele Itlodeo (il cui cognome significa “contafrottole”), viene intimato dall’autore stesso di descrivere la città come una finzione teatrale, e di non prendersi perciò troppo sul serio.

Qualcosa insomma non quadra. Gli autori di utopie paiono essere generalmente in grado di considerare la praticità nelle loro riflessioni, eppure inventano fantomatiche e inedificabili società ideali.
Come si può, quindi, rendere il pensiero utopistico utile?
Forse non è vero che il suo compito deve consistere necessariamente nel raffigurare e determinare con precisione la “planimetria” di una città da costruire. Forse esso deve piuttosto porre degli obiettivi regolativi, che non vanno tanto raggiunti, quanto considerati come metro di misura per ciò che va cambiato e migliorato nel qui e ora. Il punto non sarebbe quindi realizzare l’utopia, ma servirsene per avvicinarsi ad essa e allontanarsi così dal presente.
In quest’ottica, si capisce perché nel pensiero utopistico bisogni soprattutto porre attenzione agli elementi di distacco rispetto alla contemporaneità e perché il fatto che, in ultima istanza, si tratti di una quasi-finzione teatrale non costituisca affatto un problema.

Quest’interpretazione concorda anche con la visone del “pensiero critico”, stilata dal filosofo Theodor Adorno nel secondo Novecento. In opere come “Dialettica dell’illuminismo”, “Minima moralia” e soprattutto “Dialettica del negativo”, egli sostiene che la critica del presente deve essere utopistica, nella misura in cui deve sempre essere in attesa e mai soddisfatta, come gli ebrei con il loro Messia. Sempre come nel giudaismo, però, l’utopia che si attende non deve e non può essere raffigurata con esattezza. L’attesa quindi non è passività rispetto ad un fine ultimo determinato, che si deve aspettare, ma attività di continua decostruzione e ricostruzione del presente. L’utopia, in realtà, se posta come il punto culminante di un progresso illuministico necessario, condanna alla ripetizione e alla stasi, al totale giustificazionismo dello status quo. Essa deve invece essere posta come divenire dialettico costante, che non afferma alcunché, ma nega la presenza, implicando un’assenza, cioè una possibilità ed una speranza per il nuovo.

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Theodor Adorno

In conclusione, il pensiero utopistico può avere riscontro pratico nella misura in cui non cerca di rappresentare un ideale da realizzare nel futuro, ma una mancanza da colmare nel presente. Le società che esso descrive non dovrebbero essere tanto modelli da riprodurre fedelmente, quanto promemoria, che spronino ad un miglioramento sempre attuabile.

Fonti:                                          Immagini:
Merijn Oudenampsen,             Copertina
“In defense of Utopia”                Sopra (1)
Adriana S. Benzaquén,               Sopra (2)
“Thought and Utopia
in the Writings of Adorno,
Horkheimer, and Benjamin”

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