Antropologia marxista: questioni di un curioso connubio

 “I want to work on with what I call “objects of power,” what was called sometime primitive money, valuables, and so on”- Maurice Godelier, antropologo.

 

La prospettiva marxista è stata relativamente influente anche nella disciplina dell’antropologia, il paradigma di Marx è molto utile in alcuni casi, ma presenta sempre delle incompatibilità teoriche con l’establishment delle scienze sociali.

E’ noto che l’antropologia nasce come “scienza della società”; c’è chi ancora la definirebbe in questo modo, in effetti, ma alla fine del 1800, il termine “”scienza” implicava una particolare prospettiva teorica e interpretativa che oggi ha ben poca fortuna all’interno della disciplina.
L’Ottocento, infatti, è il secolo del positivismo e in generale della “modernità”, dove per modernità si intende quel modo di pensare il mondo come un’insieme di dati oggettivi su cui l’uomo può produrre teorie e previsioni di grande respiro. Alla fine di questo secolo, in particolare, nelle accademie europee diviene particolarmente rilevante l’idea di evoluzione biologica, che viene travisata nelle scienze umane per arrivare ad affermare lo status superiore della cultura occidentale, che sarebbe il pinnacolo evolutivo della società umana.

Anche la teoria Marxista proviene da questo modo di vedere il mondo, e rappresenta a tutti gli effetti una “scienza sociale” che pretende di essere certa e con forte valore predittivo riguardo i rapporti umani. La società comunista è vista come culmine dello sviluppo umano, una fase necessaria che si dischiude necessariamente dal capitalismo e le cui dinamiche sono analizzabili e studiabili con rigore scientifico.
L’antropologia, tuttavia, nel corso delle sue elaborazioni successive si è distanziata criticamente da queste posizioni e ora l’evoluzionismo rappresenta proprio il dettaglio forse più critico per ogni antropologo che voglia far valere le posizioni di Marx.

Maurice Godelier, antropologo d’ispirazione marxista.

Ad ogni modo, esistono altri punti di contatto sicuramente più proficui.
E’ merito della critica anticapitalista, per esempio, aver diretto l’interesse accademico verso le situazioni di subalternità e di sfruttamento economico. Le analisi eccessivamente disinteressate alle tematiche economiche e dello sfruttamento possono cadere nell’errore di giustificare strutture di potere oppressive, o di ignorare le questioni materiali della produzione di beni di consumo.
A questo proposito, gli autori marxisti degli anni ’50 elaborano il concetto dei “modi di produzione” (Descritti da Marx ne “Il Capitale”), veicolandolo attraverso l’esperienza di campo e l’etnografia.
Un modo di produzione è una forma storica di socialità determinata da come si intrecciano i mezzi di produzione, la manodopera e i rapporti di produzione. Per esempio, una società capitalista (modo di produzione) gestisce la manodopera come lavoro salariato, un rapporto di produzione nel quale la manodopera è trattata come bene acquistabile da chi dispone di capitale (mezzo di produzione).
E’ possibile effettuare un’analisi di diverse società secondo questo tipo di strutture; strutture che, tuttavia, vanno dosate con sapienza, soprattutto per non arrivare ad ignorare tutti ciò che in una cultura è tremendamente importante, che spesso va oltre la produzione di beni di consumo.

 

Fonti

Srtoria dell’antropologia, U. Fabietti.

Immagini

Copertina

Godelier

 

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