In Italia a che punto siamo con lo smart working?

“Il lavoro migliore non è quello che ti costerà di più, ma quello che ti riuscirà meglio”

Jean Paul Sartre

Smart working: se ne sente spesso parlare, in Italia e all’estero. Ma questa innovativa modalità di vivere il lavoro rimane, soprattutto nel nostro paese, sconosciuta ai più. 

Cos’è, precisamente, lo smart working? È una tipologia di lavoro che si rivolge a personalità operanti nel campo impiegatizio e manageriale, e che permette di svolgere i propri compiti tramite lo sfruttamento delle nuove tecnologie (smartphone o tablet). La particolarità dello smart working risiede però nella sua organizzazione: è previsto infatti che il dipendente svolga parte del lavoro al di fuori della struttura aziendale, anche se comunque rimane possibile usufruire della modalità più “tradizionale”, quella da ufficio.

L’Osservatorio del Politecnico di Milano fornisce una definizione che pone l’accento sui vantaggi del lavoro agile, più che sulla sua modalità di svolgimento. “Una nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati”.

Insomma, una definizione che racchiude un significato più profondo del banale “lavorare da casa tramite l’utilizzo delle nuove tecnologie”, come spesso invece si cerca di dipingere. Adottare lo smart working in una realtà aziendale significa rivedere completamente il modello di leadership e l’organizzazione a livello lavorativo, favorendo la collaborazione tra colleghi e la responsabilizzazione del singolo lavoratore. 

Una modifica dello spazio, dunque, (concetti come la postazione fissa, l’open space o l’ufficio singolo perdono di significato), una modifica dell’organizzazione del lavoro, seguendo i principi di personalizzazione, flessibilità e virtualità ed una modifica nel rapporto tra datore e dipendente, che prevede un’attenta e condivisa considerazione degli obiettivi ed individuazione delle priorità. I vantaggi di questa tipologia lavorativa sono indiscutibili e molteplici, specialmente per il singolo lavoratore. Una più agevole conciliazione dei tempi di vita e lavoro (un migliore work- life balance) e, nel contempo,  un aumento livello di produttività ma anche di qualità del lavoro svolto sono solo alcuni degli step che, grazie allo smart working, permettono di mettere in atto in un progressivo circolo virtuoso.  

Lo smart working permette di trovare il giusto equilibrio tra vita privata e lavoro

In Italia

Nel Belpaese la regolamentazione del lavoro agile è stata affidata alla legge 81/2017, il Jobs Act comprendente le “Misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e misure volte a favorire l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato”, applicabile anche alle pubbliche amministrazioni. I primi dati pubblicati però risalgono agli anni precedenti all’emanazione della norma (2013-2016). Il Corriere della Sera, riportando i risultati di una ricerca condotta dall’Osservatorio Smart working del Politecnico di Milano, dichiara che nell’arco di questi tre anni il lavoro agile è cresciuto del 40%.

Secondo i dati proposti dal Sole 24 Ore (stime riprese da una ricerca Idc), la crescita dello smart working nei prossimi anni sarà esponenziale: si prevede che nel 2022 il 65% della forza lavoro europea adotterà questa strategia, in questa enorme percentuale saranno contati anche i 10 milioni di italiani che abbandoneranno le modalità di lavoro  più “tradizionali”. 

In Italia l’interesse per lo smart working è una realtà, soprattutto da parte dei lavoratori, ma nonostante le buone intenzioni le cifre rimangono ad oggi abbastanza basse. Attualmente gli smart worker italiani sono 250.000, vale a dire circa il 7 per cento del totale di impiegati (sempre secondo quanto riportato dall’Osservatorio Smart working del Politecnico di Milano). 

Secondo quanto rilasciato da Carlo De Angelis, architetto e founder di Dec (azienda specializzata nella progettazione di interni), i manager delle aziende italiane sono ancora piuttosto restii al cambiamento radiale nell’organizzazione del lavoro. Persiste l’idea di dover necessariamente controllare il proprio dipendente, tenendolo incollato alla sedia per ore, come se la sua produttività dipendesse effettivamente dal tempo trascorso in ufficio. 

È proprio questo “blocco mentale” che, secondo De Angelis, costringe l’Italia a rimanere indietro rispetto agli altri paesi europei (soprattutto quelli del Nord), e solo una volta scardinata la convinzione che la produttività sia raggiungibile solo tramite la sorveglianza del lavoratore, si potrà effettuare il salto di qualità, e permettere una diffusione effettiva e capillare dello smart working. 

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