Espulsi 300.000 congolesi dall’Angola

“Ciò che occhio ha visto cuore non dimentica”
Proverbio congolese

Da decenni i congolesi hanno costruito la loro vita in Angola lavorando nel settore minerario. Ora vengono espulsi in massa e con violenze. Il Congo si sta organizzando per reintrodurli ma i tempi sono stretti e la situazione sta già mostrando conseguenze civili e sanitarie non indifferenti.

Mentre gli occhi sono puntati sugli stati più influenti e su quel che fa notizia, in Africa Centrale è in atto un’altra emergenza umanitaria.

Tra il 2004 e il 2009, 400.000 congolesi sono stati espulsi dall’Angola, paese ricco di risorse minerarie, come motivazione il traffico illegale di diamanti che avrebbe causato 600 milioni di dollari di perdite. La Repubblica Democratica del Congo ha risposto in parte con espulsioni di massa e di conseguenza l’Onu si é occupata di finanziare un’operazione umanitaria che soccorresse i migranti.

Oltre a questo, quelle espulsioni sono state accompagnate da numerose violenze, in particolare sulle donne.

Quell’emergenza non si è risolta, di recente si è manifestata nuovamente con le stesse dimensioni e caratteristiche.

Nell’ultimo mese 300.000 cittadini congolesi, tra cui 80.000 bambini, sono stati cacciati dall’Angola, dove le loro famiglie si erano stanziate da generazioni lavorando nel settore minerario nel nord-est.

Essi hanno riferito che sia stato il Presidente dell’Angola a ordinare loro di lasciare il paese per la “mancanza di documenti in regola”.

Soprattutto hanno denunciato violenze da parte delle forze di sicurezza (soldati e civili li hanno fermati, hanno bruciato le loro case e derubati di tutto).

Solo nella provincia del Kasai si sono raggiunti i 200.000 immigrati. Quest’area aveva già tensioni interne dovute al conflitto del 2016-2017 tra i miliziani del gruppo armato Kamuina Nsapu e le forze governative nelle aree più settentrionali, che ha generato migliaia di vittime, un milione di sfollati e tre milioni di persone malnutrite.

La situazione quindi già critica è aggravata dal fatto che queste persone arrivano senza nessun bene, senza una casa dove andare o un mezzo per raggiungere il loro luogo di origine dal momento che con i conflitti servizi e abitazioni sono andati distrutti.

Inoltre si temono gravi ripercussioni sui bambini per quanto riguarda la malnutrizione: c’è stato un brusco aumento dei prezzi dei generi alimentari di base.

Il grande numero di persone in stretta vicinanza può anche portare a una diffusione dell’ebola e in tal caso le conseguenze sarebbero davvero gravi e illimitate.

Alcune Ong stanno già organizzando assistenze per quanto riguarda i pericoli sanitari.

L’UNICEF invece ha lanciato una raccolta fondi e ha stabilito alcuni interventi nella città di Kamako, tra i quali l’installazione di strutture che forniscano acqua sicura, rifugi di emergenza, zanzariere per prevenire la malaria, trattamenti per la malnutrizione, vaccinazioni contro il morbillo, strutture per l’apprendimento dei bambini in età scolastica e infine l’individuazione e il reinserimento dei bambini non accompagnati.

 

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