Felicità chimica: il realismo distopico di Aldous Huxley.

“La felicità è un padrone esigente, specialmente la felicità degli altri. Un padrone molto più esigente, se non si è condizionati per accettarla senza discutere, della verità.”
Aldous Huxley, Il mondo nuovo

 

Geniale e controverso, Aldous Huxley è uno dei pochi autori del secolo scorso che è stato capace di cogliere il pericolo insito nel futuro.

Tutti dovrebbero essere grati ad Aldous Huxley. Quel che ha lasciato in eredità al genere umano è qualcosa di incredibilmente prezioso. E non si tratta solo delle esperienze uniche che visse sotto mescalina o delle trattazioni sulla filosofia perenne, intrise di misticismo. Quel che ha lasciato un solco profondo nel mondo è il famoso romanzo distopico ”Il mondo nuovo”. Un libro che ebbe l’arguzia di guardare oltre il suo tempo e che per noi abitanti del terzo millennio può essere un grande strumento di comprensione della nostra condizione attuale, possibile e futura.

Che cos’è un romanzo distopico.

Per tradurre le righe dell’autore britannico in realtà bisogna prima di tutto comprendere il genere letterario che ricopre quest’opera. Come si è già accennato sopra, è di un romanzo distopico che si parla. Ma esattamente che cosa sta a rappresentare?
La distopia coincide con una società immaginaria in futuro che è sia molto lontana che molto vicina. In questo modello, c’è sempre qualcosa di terrificante, a tal punto da renderla altamente indesiderabile.
Uno dei casi letterari più famosi è 1984 di George Orwell, pubblicato nel 1949 dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Un altro testo significativo è Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, in cui i libri diventano illegali e vengono bruciati.
La letteratura distopica può essere confusa con la fantascienza, ma sono in realtà profondamente diversi. Anche se tutte e due sono ambientate nel futuro, nel secondo caso abbiamo un ambientazione che ha pochi legami col presente (fatte eccezioni). La distopia invece è un esercizio di immaginazione del futuro che guarda con occhio vigile al presente. Per questo inquieta. Non si tratta solo di un “sarà”, ma di un “è” che è già presente.

La società de “Il mondo nuovo”.

Tornando a Huxley, cosa rende il suo romanzo un autentico gioiello della letteratura in generale nel 1900? Perché si eleva così profondamente al di sopra dei suoi rivali sia cartacei che cinematografici?
In questo sconcertante mondo, la felicità figura come il valore supremo e si basa sul presupposto biologico che i sentimenti siano algoritmi sui quali si può operare facendo uso di particolari sostanze chimiche. Nel caso di Huxley si tratta del soma, una droga sintetica che rende felice la gente senza danneggiare in alcun modo la produttività. In questo mondo la guerra non esiste perché tutti sono soddisfatti della loro condizione. Non c’è nemmeno bisogno di telecamere e poliziotti, sostituiti invece dagli psicofarmaci.
1984, per quanto agghiacciante, non raggiunge i livelli di mostruosità che descrive Huxley. Eppure spiegarlo non è facile. In fondo ci si potrebbe chiedere: dov’è il problema? Tutti sono felici. Nessuno soffre più. Cosa c’è che non quadra?

L’esperienza interiore come alternativa alla felicità chimica.

Un passaggio chiave del romanzo è costituito dal dialogo tra John il Selvaggio e Mustafà Mond. Se il secondo è il grande campione della società descritta dallo scrittore britannico, il primo è la sua più grande nemesi. John, vissuto fin da piccolo nei territori selvaggi fuori dalla giurisdizione della distopia della felicità, si ritrova sconcertato di fronte a Mustafà Mond. Di seguito un breve estratto:

«Ma io non ne voglio di comodità. Io voglio Dio, voglio la poesia, voglio il pericolo reale, voglio la libertà, voglio la bontà. Voglio il peccato.»

«Insomma» disse Mustafà Mond «voi reclamate il diritto di essere infelice.»

«Ebbene, sì» disse il Selvaggio in tono di sfida «io reclamo il diritto d’essere infelice.»

La chiave di svolta nel romanzo è proprio quello che il Selvaggio reclama con tanta intensità: il diritto d’essere infelice. In altre parole, il diritto di ognuno di far esperienza di sé, di immergersi nella propria soggettività e di esplorare i luoghi oscuri e sterminati della conoscenza e della cura di sé.
Una lezione questa preziosissima per gli abitanti del terzo millennio, che stanno vivendo una traslazione sempre più forte dalla scrittura alla virtualità. Là dove prima regnava l’anima sta mano a mano prendendo posto il codice, o il dato o il cyborg. E di fronte ad eventi di tale portata, come può reagire l’essere umano?
Forse in un mondo ancora più plurale di prima, in cui tutto viaggia ad una velocità elevatissima, l’importante è sapersi fermare. Sapere stare imperturbabili in mezzo al flusso costante di dati che ci sovrasta e coltivare la riflessione e la cura è sicuramente difficile, ma è probabilmente l’unica soluzione ad un mondo che fa dell’esteriorità una condizione di forza necessaria a sopravvivere. E questo Huxley lo aveva compreso molto bene.

Fonti:
Yuval Noah Harari, Sapiens. Da animali a dei
Yuval Noah Harari, Homo Deus. Breve storia del futuro
Aldous Huxley, Il mondo nuovo
George Orwell, 1984
Ray Bradbury, Fahrenheit 451

Fonti immagini:
Immagine di copertina
Immagine 1
Immagine 2

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