Caduta dal paradiso: De Maistre e il degenerazionismo

“Long is the way and hard, that out of Hell leads up to light” Paradise lost, J. Milton

Prima che l’ambiente accademico smettesse di considerare i testi biblici come verità storiche, osservare “il selvaggio” significava qualcosa di molto diverso.

All’inizio dell’Ottocento, in Francia si costituiva la Società degli Osservatori dell’Uomo, una delle prime associazioni di studiosi interessati a viaggiare per tutto il globo con lo scopo di raccogliere informazioni e dati sulla diversità di costumi di cui l’essere umano è capace.
Al tempo, il paradigma di base da cui partiva l’analisi etnografica, certamente egocentrico, presuntuoso e fallace, era che le persone con cultura diversa, o “selvaggi”, rappresentassero una versione neonata, embrionale e rozza dell’uomo moderno. Infatti, si pensava che le culture fossero divisibili in “più sviluppate” e “meno sviluppate” e che il gentiluomo europeo fosse in qualche modo l’apice dell’evoluzione e del progresso umano.

Contro questa posizione, ma per tutti i motivi sbagliati, si ponevano quegli esponenti del romanticismo critico che già da tempo contestavano aspramente gli ideali illuministici riguardo alla capacità umana di eseguire un qualunque tipo di progresso autonomo.
Al tempo, era generalmente accettata l’idea che l’avventura umana fosse riducibile ad un arco di tempo dedotto dalle sacre scritture e condiviso dalla Chiesa d’Inghilterra, un arco di tempo che iniziava precisamente nel 4004 a.C.
Se si accetta anche il mito del paradiso terrestre, non si può che avere una teoria particolare, riguardo la storia umana: la teoria della degenerazione.
In breve, i sostenitori della degenerazione consideravano il mondo moderno e la condizione umana come il risultato del peccato originale: il grande allontanamento dal Divino é l’origine di ogni male. Di conseguenza, ogni popolo non era che la pallida immagine di ciò che l’uomo era in origine, quando ancora era in piena comunione con il divino, mentre ogni tipo di progresso o struttura complessa dipendeva unicamente dalla benigna guida e ispirazione che Dio riservava a specifici popoli terreni.

Joseph de Maistre, fine intellettuale, considerava la fede nel progresso della ragione come un grave atto d’insubordinazione verso il Dio cristiano. Secondo l’interpretazione che dava al proprio credo, infatti, “il selvaggio”, giudicato barbaro, senza cultura e generalmente in preda al peccato, era il simbolo della colpa originaria che aveva condannato l’umanità all’esilio dall’Eden.
Queste tesi ebbero molta fortuna in Gran Bretagna, dove il vescovo di Dublino Richard Wathely sosteneva che le civiltà “primitive” non potessero sviluppare nessun tipo di società funzionante senza l’aiuto di una popolazione già graziata da Dio; l’occidente coloniale veniva quindi interpretato come portatore di cultura, patrono magnanimo che avrebbe garantito prosperità ai meno fortunati tramite l’unica forma di vero progresso: la religione.

Questo tipo di prospettiva andrà mano a mano perdendo consensi, in un futuro in cui non solo le teorie evoluzioniste prenderanno piede nell’ambito biologico, ma gli esegeti ridimensioneranno il valore dei testi sacri, mentre la stessa antropologia rinuncerà persino ai concetti di “più sviluppato” e “meno sviluppato”.

Fonti

Storia dell’Antropologia, U. Fabietti

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