Omero narratore, Platone protagonista.


“Il giovane non è in grado di giudicare ciò che è allegoria e ciò che non lo è: tutte le impressioni che riceve a tale età divengono in genere incancellabili ed immutabili. Ecco perché è assai importante che le prime cose udite dai giovani siano favole narrate nel miglior modo possibile con l’intento di incitare alla virtù”
Platone, Repubblica Libro II 378 e

Omero e Platone hanno forgiato l’Occidente. Il primo narrandolo, il secondo imponendosi come suo principale protagonista.

Quando ci si interroga sulle origini dell’Occidente si pensa sempre alla Grecia, da cui proviene la filosofia, la letteratura e la grande arte scultorea celebrata in tutto il mondo. Tutto ciò non è casuale e ha a che fare con l’intimità delle credenze e delle paure che caratterizzano la società occidentale. In fondo, tutto quel che lo riguarda è proprio partito da quei luoghi che vengono intesi come “luoghi della grecità”. Sono stati sicuramente tanti i protagonisti di questi tempi e probabilmente le grandi incomprensioni di tutti gli individui provengono da un qualcosa che manca e che invece gli antenati dell’Occidente hanno forgiato con una conoscenza completamente dimenticata dai loro discendenti.
Esplorare le credenze che fondano l’Occidente è un’operazione delicata e necessaria per diverse ragioni. Intanto perché sono proprio le credenze che accomunano tutti che permettono una cooperazione su larga scala. I soldi, le banche, le aziende, i diritti e le leggi sono tutti frutti di una grande narrazione, opera dell’immaginazione. Per iniziare c’è bisogno di prendere in considerazione i due maggiori personaggi del nostro panorama.

Omero.

Di Omero si sa ben poco. Si tende ad identificarlo come un individuo per comodità, anche se in ambito Accademico si è più propensi a considerare un vasto numero di poeti e cantori e non piuttosto un singolo.
Al di là di questo mistero vi è però un fatto innegabile, che ha a che vedere con l’universalità degli scritti che il presunto cieco ci ha lasciato. Si tratta dei famosissimi poemi epici L’Iliade L’Odissea.
Gli studiosi sono propensi a datarli intorno al 750 a.C. anche se le vicende narrate risalgono al II millennio, tra il 1300 e il 1200.
Perché dei testi così antichi sono ancora così studiati ed apprezzati in tempi odierni? Come già accennato sopra, è il loro carattere universale che li rende così unici e particolari. A distanza di millenni, il dolore degli eroi omerici, le loro vicende e i loro drammi continuano ad emozionare e a colpire nel profondo. È lo stesso motivo per il quale autori come Dante, Shakespeare e Goethe vengono ricordati come i giganti della cultura mondiale e non vengono relegati a rappresentanti di letteratura di nicchia e\o di periferia.

C’è anche una ragione di carattere storico ed antropologico che ha a che vedere con il ruolo educativo di questi testi. Gli eroi antichi infatti sono il modello principale intorno al quale ruota l’educazione dei giovani nella Grecia Arcaica.
Infine, L’Iliade L’Odissea sono una miniera d’oro di informazioni riguardo all’epoca precedente a Platone. Leggendo attentamente, si possono capire la politica adottata, i costumi dell’epoca, il modo attraverso il quale si passavano informazioni, l’idea che si aveva all’epoca della coscienza, del tempo, dello spazio, della forza, dell’anima e dei sentimenti.
Ecco perché Omero è il narratore perfetto: riesce a intrecciare i fili delle vicende di uomini e dei, riuscendo al contempo a dare dettagli unici e preziosi sul suo tempo.

Platone.

Chiunque abbia avuto modo di fare filosofia alle superiori saprà perfettamente quanto Platone ce l’avesse con i poeti e gli artisti (eccezion fatta per gli scultori, che non producevano “illusioni” ma oggetti veri e propri). Questo disprezzo è accompagnato al contempo da una sincera ammirazione, la quale si rivolge in particolar modo ad Omero. I dialoghi platonici sono infatti costellati di riferimenti e citazioni ai poemi omerici, il che rende molto probabile che Platone non solo conoscesse quelle rime, ma che le avesse portate a memoria con una passione ed un amore unico. E tuttavia nel suo sistema questi racconti dilettevoli e sublimi non possono avere spazio. E non perché non siano apprezzabili, ma perché non sono più idonei per educare le generazioni a venire.
In effetti se si vanno a guardare gli eroi di cui Omero narra si trovano degli elementi che cozzano con l’idea di “eroe” che tutti hanno. Tutti piangono, tutti vivono con intensità le loro emozioni e tutti si fanno veicolare facilmente dai loro sentimenti. Persino Odisseo, l’uomo più intelligente e astuto che si incontra nell’epica omerica, si scaglia con una furia incontrollabile sui Proci, ponendo fine alle loro vite nei modi più dolorosi possibili ed immaginabili.

Un altro dettaglio interessante riguarda la concezione dell’aldilà raccontata nei poemi. Non si ha a che fare con una dimensione altamente desiderabile, in cui i morti trovano beatitudine e serenità dopo una dura vita terrena. L’Ade di Omero è invece degradante e i morti non sono altro che ombre che vagano senza senno e intelletto per lande desolate.
Tutti questi dettagli per Platone sono inammissibili. Se si vuole educare i giovani alla giustizia e al coraggio, al fine di avere una città che sia la più desiderabile e perfetta possibile bisogna che essi sviluppino la temperanza. Quest’ultima è conseguenza di un esercizio costante di controllo di tutte quelle emozioni che fanno esplodere di rabbia e disperazione gli eroi omerici.
Ecco perché si può dire che Platone più che narratore sia il protagonista dell’Occidente: egli ha tentato di oscurare la narrazione omerica per sfuggire ai suoi timori. E così ha forgiato nell’intimità i suoi discendenti.

Fonti:

Werner Jaegar, La paideia
Omero, Iliade
Omero, Odissea
Onians, Le origini del pensiero europeo
Platone, Repubblica
Platone, Sofista

Fonti immagini:

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