Momo e gli altri. I millennials che si sentono italiani

Non si può mai pensare alla strada 
tutta in una volta, tutta intera, capisci?
Si deve soltanto pensare al prossimo passo, al prossimo respiro”
Momo – Michael Ende

Momo ha 18 anni, è un millennial. Nato in Somalia, si sente italiano. La sua è una delle storie di giovani migranti che beneficia del diritto d’asilo che il Decreto Salvini modificherà. Lui intanto, ha dei sogni e molto da dire

Si cominciano fin d’ora ad avvertire gli effetti del DL Salvini, cosiddetto dl sicurezza, del quale il democratico Roberto Speranza annota, preoccupato ai microfoni di Radio Cusano Campus: “renderà la vita difficile a persone che sono già qui in Italia e saranno senza diritti”.

Secondo le rilevazioni Istat del 2017, gli immigrati regolarmente residenti in Italia sono 5.047.000, e “si sentono italiani”. Come Momo, che è uno di loro.
Da poco maggiorenne, vive in Toscana, sogna una carriera nell’arte ha e una storia da raccontare, la sua. Una vicenda simbolo dei nuovi italiani, dei millennials che compongono una generazione che sta riscrivendo il suo rapporto con i confini e le appartenenze. Elzevirus lo ha incontrato per indagare i suoi, i loro sogni, e la – non banale – visione del mondo.

Qual è la tua storia?

“Cominciamo con il dire che vengo dalla Somalia e adesso ho 18 anni. Ho vissuto con mia nonna da quando avevo 6 mesi fino ad adesso.
In Somalia c’erano molte difficoltà oltre quelle economiche: c’era la guerra, ma soprattutto un pericolo che a me spaventava molto di più: dopo gli otto anni, anche meno, potevi essere sequestrato dai jihadisti per addestrarti nelle brutte maniere. Sono tantissimi i bambini rapiti da molto piccoli per essere addestrati fin da piccolissimi a fare cose orribili, anche a farti saltare in aria.
E infatti questo è il motivo più grande per quale sono venuto via.”

Cosa significava vivere in Somalia allora?

“In questo contesto è difficile vivere anche con proprie sorelle, difficile vedere le tue vicine che piangono perché gli vengono portate via le figlie con la forza. Questo perchè il costume impone di sposarsi, e quindi induce a  chiederlo, ma a volte, davanti a un rifiuto, a costringere le donne.
Sicché anche per il bene della mia sorella e per il nostro bene abbiamo dovuto andarcene.
Ho vissuto momenti terribili ,ho visto miei amici schiantarsi davanti a me e tante altre cose.”

Come si è svolto il tuo viaggio?

“Allora io sono venuto via dal mio paese all’età di 8 anni e mezzo i sono trasferito in Kenya.  In pratica prima qui è venuta mia madre con il barcone E ha portato delle prove che facevano capire che eravamo a rischio in tutti i sensi, cioè non stavamo bene Hanno cioè dimostrato il fatto che io uscivo pochissimo da casa mia per paura di essere preso. A noi hanno creduto, non a tutti accade.
Dopo due o tre anni sono venuto in Italia, cioè nel 2011. Quando sono arrivato qua ho cominciato a frequentare la scuola, avevo 11 anni, ho cominciato a studiare e ancora studio, ho iniziato a fare sport e dopo un po’ ho cominciato ad avere amici e a trovarmi bene.”

E che percezione hai della situazione adesso?

“Nonostante le difficoltà nel mio paese anche qui ci sono alcune difficoltà, senz’altro più gestibili, anche se fanno stare male, tipo sentirti dire: “Tornatene nel tuo paese, sei un immigrato.

Ma io mi sento italiano e penso che il mio paese sia questo che mi ha accolto con le braccia aperte e anche bene ,mi hanno trattato bene, sicché mi sentirei più straniero se tornassi da dove sono venuto…”

Cosa ne pensi della querelle riguardo all’arrivo dei migranti?

“Penso che non devono essere chiuse le porte, le persone devono essere accolte, perché nessuno al mondo vorrebbe abbandonare la sua famiglia, la sua terra per andare in un Paese dove ti sentirai dire parole del tipo: “sei uno straniero di merda, tornatene in barcone, ci pensa Salvini a mandarti a casa”.
Io accogliere tutti ma a patto che si comportino bene, ovviamente.”

Cosa ne pensi delle esternazioni di Salvini?

“Lui è uno che in fondo vuole fare qualcosa per il suo Paese e lo capisco, ma non deve lasciar morire i bambini e persone che passano sei mesi di torture per le strade della Libia.
Prima di scegliere di lasciarli morire dovrebbe immaginarsi di essere nelle loro condizioni: partire per disperazione sperando di salvare la tua vita o la vita della tua famiglia…”

Quali sono i tuoi sogni e le tue speranze per il futuro?

“Adesso quello che vorrei fare nel futuro diventare un attore, fare dei film su quello che succede realmente nei nostri paesi ,quello che ha fatto mia nonna per crescermi, ad esempio…”

Intanto Momo usa la musica, per raccontarsi, attraverso il suo canale Youtube, perchè ha capito personalmente che è maturo il tempo della presa di parola personale.

Fonti:                                                    Immagini

Speranza                                               Instagram Momo
Istat

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *