Il dilemma dell’onnivoro e la sofferenza animale

“Se niente importa non c’é niente da salvare”

Jonathan Safran Foer

 

Il cibo e le abitudini alimentari racchiudono un importante patrimonio fatto di significati intimi, cultura, tradizioni e relazioni, che colloca l’onnivoro di fronte ad un destabilizzante dilemma etico: é giusto che per preservarlo venga autorizzata e giustificata la sofferenza degli animali destinati alla produzione alimentare?

Il lungo reportage di Jonathan Safran Foer “Se niente importa” non lascia scappatoie: di fronte alla minuziosa e approfondita descrizione della sofferenza degli animali negli allevamenti industriali, in cui l’incremento di profitto e produzione prevale sul benessere del bestiame, il lettore non puo sottrarsi alla riflessione sulle proprie responsabilità. Non mangiare carne non é mai stato un gesto neutro, secondo Safran Foer, ma con la consapevolezza degli attuali metodi di allevamento intensivo diventa un atto politico. Se fino a poco tempo fa era possibile indugiare nella fantasia di vite animali trascorse all’aria aperta e terminate nel pieno dell’età adulta da allevatori compassionevoli, nel rispetto di esigenze brutali quanto pragmatiche, oggi la cruda realtà della produzione alimentare, abbondantemente documentata da media online e offline, é nota a tutti.

Nonostante la Commissione Europea legiferi in materia di tutela del benessere animale molto più severamente degli organi competenti negli Stati Uniti, le condizioni degli allevamenti industriali sembrano simili ovunque: il report Essere animali documenta come gli animali vengano stipati in ordine di migliaia in gabbie e spazi minuscoli perennemente illuminati, che favoriscono la sovralimentazione e alterano i ritmi biologici, vengano spesso maltrattati, separati dai propri cuccioli, selezionati in base a caratteristiche genetiche che ne aumentano il valore economico a discapito della salute, fortemente trattati con ormoni e antibiotici, sottoposti a stress e terrore continui, macellati ancora giovanissimi. Nonostante fenomeni come veganismo e vegetarianismo stiano diventando sempre più comuni anche in Occidente, la domanda di carne da parte dei Paesi industrializzati e di quelli emergenti non accenna a diminuire: in Asia addirittura dal 2000 al 2014 il consumo di carne è passato da 87,26 a 135,71 milioni di tonnellate l’anno.

Nato quasi per caso nel 1923 per mano dell’allevatrice Celia Steele a Oceanview, in Delaware e inizialmente applicato solo al pollame, l’allevamento intensivo é oggi il metodo prevalentemente utilizzato in gran parte dei Paesi occidentali, dato che permette di ottimizzare enormemente i costi di produzione. Viene anche ritenuto l’unico mezzo per soddisfare la domanda continua di carne: ad esempio negli Stati Uniti si contano oggi 70 milioni di maiali chiusi nei capannoni e soltanto in Italia arrivano a circa 8,5 milioni, concentrati nelle regioni settentrionali.

Se é possibile considerare erroneamente l’eccessivo costo ecologico ed economico di un regime alimentare con abbondanti proteine animali come qualcosa di lontano e astratto, nonostante stime autorevoli prevedano che entro il 2050 la Terra ospiterà 9 miliardi e mezzo di esseri umani e procedendo con questi ritmi non ci sarà più terra coltivabile sufficiente per sfamare sia loro che gli animali di cui vorrebbero cibarsi, il problema etico dello sfruttamento animale risulta un elefante nella stanza impossibile da ignorare. 

Secondo lo studente di filosofia di Oxford Jonathan Latimer, autore del saggio “Why we should genetically ‘disenhance’ animals used in factory farms” vincitore del premio Uehiro Centre for Practical Ethics nel marzo 2018, questo consumo di carne non é un trend destinato a diminuire e l’industria alimentare non andrà incontro a modifiche strutturali, quindi una possibile soluzione potrebbe essere quella di servirsi dell’ingegneria genetica per “disattivare” i ricettori del dolore nelle specie allevate per questo scopo. 

Il saggio, riprendendo una proposta del 2009 del filosofo Adam Shriver dell’Università di St. Louis, ipotizza addirittura di rendere gli animali se non apatici, perfettamente felici di vivere nelle condizioni degli attuali allevamenti. Se già questo scenario richiama l’uso inquietante dell’ingegneria genetica nella trilogia fantascientifica di MaddAddam di Margaret Atwood, quello immaginato nel 2012 dallo studente del Royal College of Art André Ford si spinge ancora oltre. Nell’installazione artistica “Headless Chicken Solution” Ford ricreava una batteria di polli d’allevamento privati del cervello, quindi incapaci di ogni sofferenza e collegati a macchinari che li tenessero in vita.

Eliminare completamente anche solo la possibilità di sofferenza creata dalla richiesta di carne sarebbe quindi la forma più estrema di sfruttamento e manipolazione degli animali o la soluzione più etica?

 

Credits immagini:.              Fonti:

Copertina.                            “Se niente importa”, Jonathan Safran Foer, ed. Guanda

Immagine 1.                        “Trilogia di MaddAddam”, Margaret Atwood, ed. Ponte alle Grazie, risorse

Immagine 2.                          DatiStudio 2009Carne laboratorio, saggio  Esquire

Immagine 3                          “Il dilemma dell’onnivoro”, Michael Pollan, ed. Adelphi

 

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