Eraclito l’Oscuro.


“Occhi e orecchi sono cattivi testimoni per gli uomini che abbiano anime barbare”
Eraclito, Frammento 107 

Eraclito può essere considerato uno dei più studiati e misteriosi pre-socratici.

Non è mai facile parlare dei pre-socratici e della loro visione del mondo. Eraclito poi risulta ancora più complesso, vista la sua peculiarità stilistica. Non è un caso infatti che si sia meritato l’appellativo di “oscuro” già all’epoca. Il suo linguaggio oracolare e criptico si dice che sia stato incomprensibile addirittura per Socrate.
Parlare di Eraclito significa entrare nelle tenebre diffuse di una visione affascinante, contraddittoria e che sfugge alla normale comprensione.

L’interpretazione comune.

Si è soliti ridurre i pre-socratici a dei naturalisti. Celebre è la storia riguardo a Talete, considerato il primo filosofo, che guardando il cielo cadde in un pozzo. La metafora è chiara: il sapiente è colui che vive nel cielo e che ignora la terra. Questo elemento eremitico è molto spesso affiancato dall’idea che questi pensatori facessero risalire l’origine di ogni cosa ad un unico elemento, solitamente fisico. Il primo a dare questa interpretazione fu Aristotele, soprattutto nel primo libro della Metafisica.
Sono dunque due le principali caratteristiche che comunemente si associano ai padri del pensiero occidentale:

1) La riduzione di ogni cosa ad uno o più principi, nella maggior parte dei casi fisici;

2) La condizione principalmente mistica in cui si “rinchiudevano”.

Tuttavia se si legge con un po’ di attenzione il materiale che ci rimane a riguardo di questi uomini straordinari non si potrà che storcere il naso. L’interpretazione data sopra risulta insufficiente, superficiale. Non rende fede all’originalità dei pensieri e delle affermazioni che si trovano nei frammenti che ci sono pervenuti ed è sostenuta da pregiudizi che nascono con lo stesso Aristotele. Quest’ultimo, essendo un logico, probabilmente non è riuscito a comprendere a fondo i discorsi dei suoi predecessori.
Tutto questo risulta evidente in particolare nel caso di Eraclito, di cui non si può dire che fosse lontano dal mondo.

Fraintendimenti del pensiero di Eraclito.

Come è già stato detto, Eraclito non è facile da affrontare e lo si può fraintendere facilmente.
L’errore più diffuso sul suo pensiero riguarda l’individuazione dell’origine delle cose nel fuoco. La sua importanza viene profondamente esagerata dagli interpreti antichi e moderni (Teofrasto incluso), che invece sembrano non notare la particolare considerazione che ha l’Efesio dei termini psyché logos. Il fuoco in tutto viene citato in quattro frammenti.
Si pensa inoltre che Eraclito sostenesse che il mondo è in continuo divenire, come ci suggerisce una delle sue frasi più celebri, panta rei (tutto scorre). Pur essendo vero, si ignora tuttavia il rapporto che questo divenire ha con la conoscenza e l’esperienza, di cui l’oscuro parla soventemente.

La conoscenza per Eraclito.

Si può notare fin da subito il buon giudizio che ha l’Efesio sulla molteplicità, la quale ha un valore reale e non apparente. La resistenza all’unificazione sotto un unico principio è molto forte. Si consideri per esempio il frammento 7:

<<Se tutte le cose che sono diventassero fumo, le narici le riconoscerebbero come distinte l’una dall’altra>>.

Questo è il potere dell’esperienza più intima, la quale si ostina sempre a farci osservare un molteplice sempre più fitto ed essenziale di quanto possiamo immaginare.
Questa esperienza si fonda concretamente sull’interiorità del soggetto conoscente. Ne è una prova la seconda parte del frammento 72:

<<e le cose in cui si imbattono ogni giorno sono quelle che a essi appaiono straniere>>.

Ciò che conduce alla conoscenza è una sorta di attenzione che si esercita con fatica sulle cose che ci troviamo di fronte ogni giorno. E tuttavia non basta l’esperienza vissuta per essere veri filosofi.
Arrivati a questo punto si può cogliere un duplice aspetto della personalità di Eraclito. Da una parte egli si definisce “avido di esperienza” (sfatando così il mito dell’asceta che circonda tutto l’immaginario antico e moderno sui pre-socratici). Dall’altra egli si dichiara profondamente sprezzante verso gli uomini soltanto vissuti. L’esperienza sensibile ci dà infatti solo un mondo chiuso, incapace di fornirci una visione delle cose al di fuori dell’illusione. Chi dunque si limita a fissare concetti e a preservare cristalline verità non è altro che un individuo presuntuoso e violento.


Ed è qui che entra in gioco il concetto di logos, parola chiave per entrare nel mondo oscuro del filosofo. Lo si può intendere come quella legge fondamentale che sta alla base di ogni cosa. Esso è il decreto del “padre” e “re” Polemos. Quest’ultimo è la contraddizione ultima, il creatore e il distruttore. La maggioranza degli uomini non è in grado di intendere questa legge poiché troppo presi dalla loro personale saggezza. Ma l’universo si rivela capriccioso e non si sottomette all’ostinazione dei mortali. Il logos è quella verità che permane nell’insondabile abisso dell’intimità. Ed è così che Eraclito ci ammalia e ci rivela nel frammento 123:

<<La natura ama nascondersi>>.

Fonti:
Giorgio Colli, La sapienza greca III: Eraclito
Eraclito, Tutti i frammenti
Aristotele, Metafisica
Diogene Laerzio, Vite dei filosofi

Fonti immagini:
Copertina
Immagine 1
Immagine 2

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