Immigrazione con integrazione: i sovranisti dicono “Impossibile”, ma la statistica non è d’accordo

“Sogno un mondo in cui tutti i popoli di ogni razza lavorino insieme in armonia”

Nelson Mandela

E’ un ritornello ripetuto spesso in questo periodo dalla politica quello di chi sostiene che l’immigrazione abbia raggiunto livelli insostenibili per gli stati occidentali, che l’integrazione sia ormai impossibile e che la sopravvivenza delle culture o tradizioni nazionali sia in pericolo a causa dell’ondata di migranti.
Si tratta di una narrazione che arriva ad esempio da Matteo Salvini in Italia, da Theresa May in Inghilterra e da Marine Le Pen in Francia.
Quanto di fondato scientificamente hanno queste affermazioni? Secondo un recente studio antropologico-statistico dell’Università di Exeter, in Inghilterra, ben poco.

Theresa May

Il problema descritto dai sovranisti si porrebbe se gli immigrati che giungono in Europa fossero delle ermetiche scatole chiuse o dei compartimenti stagni. Se essi infatti non facessero altro che occupare spazio e imporre la loro cultura, ignorando quella locale, a lungo andare finirebbero col minare quest’ultima; ciò è, fra l’altro, esattamente quello che gli occidentali hanno spesso fatto nelle colonie.

Ma il buon senso, sapendo che gli immigrati non sono conquistadores, ripudia tale immagine, proprio come la ricerca in questione.
Essa tiene conto del fattore di “acculturazione conformista”, tale per cui gli stranieri in realtà si aprono alle tradizioni locali, quando si trasferiscono nel paese che li ospita, e le assorbono, favorendo spesso un fertile connubio fra modelli sociali.
Per la precisione, Alex Mesoudi, autore dello studio, mette a confronto la potenza di due forze opposte, una sfavorevole e una favorevole al pieno mantenimento delle differenze identitarie tra migranti e autoctoni; di entrambe costruisce a questo scopo modelli statistici.

La prima consiste nella semplice e apparentemente casuale redistribuzione degli stranieri, immessi dal flusso di entrata. Essa è paragonabile all’iniezione di un colorante in acqua trasparente: questo diminuisce abbastanza uniformemente la probabilità che un punto arbitrario del liquido abbia la proprietà di non essere colorato. Allo stesso modo, nell’immediato, l’inserimento di un certo numero di individui che non posseggono una determinata proprietà in una popolazione diminuisce la probabilità media di incontrare fra i suoi membri quella proprietà.

Non altrettanto casuale è la seconda forza in gioco, già nominata in precedenza, cioè l’acculturazione conformista. L’uomo ha una forte propensione all’omologazione e infatti, mentre i suoi geni non possono migliorare in maniera lamarckiana sotto l’influenza dell’ambiente esterno – tolti i casi di mutazione – i suoi tratti comportamentali possono farlo, e tendenzialmente lo fanno ogni volta si rende necessario per adattarsi.
Proprio perché non è legato al caso ma guidato da una disposizione, tale fenomeno sortisce effetti assai più rilevanti del primo – a parità di migranti – ed è anche assai più complesso.
Per rappresentarlo con un modello Mesoudi pone in relazione l’acculturazione individuale degli stranieri sia con il valore indicativo medio della propensione al conformismo (“a”, ovvero la probabilità di imitare gli altri, compresa fra 0 e 1), sia con il numero di “dimostranti” (“n”, ovvero la quantità di modelli da imitare), entrambi fattori favorevoli alla proliferazione delle tradizioni locali nei nuovi arrivati.

Il risultato mette in evidenza come bastino valori piuttosto bassi di a (discreta disposizione a conformarsi) e di n (pochi dimostranti) per ottenere un’acculturazione individuale media sufficiente a bilanciare l’effetto della redistribuzione di immigrati. Ciò vale soprattutto quando il numero di quest’ultimi non supera il 30% della popolazione ospitante, e si consideri che tale numero non raggiunge solitamente nemmeno il valore del 10% (per tali cifre non serve che a sia superiore a 0,2).
A titolo di esempio, all’inizio del 2018, secondo Eurostat, in Italia erano presenti circa 4 milioni di extraeuropei regolari, che, sommati ai 600 000 irregolari, rappresentano appena il 7,6% dei 60 milioni e mezzo di abitanti totali, a differenza di ciò che la propaganda catastrofista potrebbe far pensare.

Un gommone colmo di migranti vicino a Lampedusa

L’effetto di omologazione, all’interno di una comunità minoritaria stabilizzata, si moltiplica poi sempre più ad ogni generazione successiva, fatto registrato e confermato empiricamente anche da altri studi sull’argomento. Tutto ciò non sorprende, se si pensa che i figli di stranieri nati nella nazione ospitante subiscono l’influenza delle tradizioni locali fin dall’infanzia, a differenza dei genitori.

In conclusione, sebbene si tratti di modelli matematici che non riproducono la realtà alla perfezione, essi sembrano davvero indicare che l’analisi delle destre nazionaliste sia errata: per ora pare proprio che l’immigrazione continui ad essere una risorsa, e non una pericolo, per gli stati occidentali.

Fonti:                                                   Immagini:
University of Exeter                          Copertina

Alex Mesoudi,                                    Sopra (1)
“Migration, acculturation,
and the maintenance of
between-group cultural variation”

Il Post                                                  Sopra (2)

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